Nello scrivere Un Dio umano. Primi passi nella fede cristiana ho avuto alcuni interlocutori privilegiati, che sono stati anche per me compagni di viaggio nei miei primi passi nella fede e non solo (anche se confesso di essere ancora ai primi passi). Una di questi compagni e astri è certamente santa Teresa d'Avila. Mi piace festeggiare la sua festa condividendo con voi questa pagina del libro.
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Rivolgendosi a Dio in preghiera, Basilio esclama: «Com’è meravigliosa la conoscenza di te che acquisto guardando me». Sul volto dell’uomo vivo rifulge la gloria di Dio: «La gloria di Dio è l’uomo vivente – dice Ireneo – e la vita dell’uomo è la visione di Dio». L’uomo vive in pienezza quando entra in una visione trasformante di Dio, quando in contemplazione adorante accoglie dalla bocca di Dio il Soffio ri-creatore. La visione in questione non è il curiosare dello sguardo, ma è il vivere della vita di Dio.
L’impronta di Dio nell’uomo, l’immagine, è un dono che rimanda al compito di diventare secondo la somiglianza di Dio. La via dell’umanizzazione è il lungo cammino dall’immagine alla somiglianza della Trinità: diventiamo veramente umani se ci lasciamo divinizzare.
In questo modo, la riflessione sulla Trinità non rimane una serie di bei pensieri su Dio ispirati ai pochi versetti della Bibbia, ma diventa un progetto che ispira la vita dell’uomo.
La conoscenza della Trinità non termina nell’informazione, ma nella trasformazione della nostra visione di Dio e di noi stessi a sua immagine e nella formazione in noi di un cuore nuovo, che respira la comunione e l’amore contemplati nell’icona del Dio uni-trino.
La vita cristiana non è solo un sapere su Dio o un accostarsi a lui, ma è immergersi nella vita di Dio, è entrare nella danza d’amore trinitario. L’ingresso dell’uomo nella vita divina avviene grazie all’«amore di Dio [che] è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5), grazie quindi allo stesso amore co-spirato dal Padre e dal Figlio.
A ragione san Serafino di Sarov afferma che lo scopo della vita cristiana è acquisire lo Spirito Santo. Chi accoglie lo Spirito Santo stabilmente entra nell’abbraccio e nel bacio eterno del Padre e del Figlio. Che cos’è, infatti, lo Spirito Santo «se non il bacio che si scambiano tra loro il Padre e il Figlio?» (Bernardo di Chiaravalle).
Soltanto chi ha sperimentato a fondo la dimora della Trinità nell’anima sa spiegare cosa avviene al contatto con il Dio vivo. Elisabeth Catez, una giovane ragazza del secolo XX, capisce che la sua vocazione è realizzare il senso del suo nome (che in ebraico significa: casa di Dio). Per questo motivo, da carmelitana, sceglie il nome Elisabetta della Trinità, quale progetto di vita e di santità: diventare dimora a lode e gloria della Trinità. In una delle sue lettere scrive: «Tutto il mio esercizio consiste nel rientrare in me stessa e perdermi nei Tre che sono là».
Teresa d’Avila rende la dimora e la presenza di Dio nell’anima con questa metafora: «Mi parve che, simile a una spugna tutta penetrata e imbevuta d’acqua, la mia anima fosse impregnata della Divinità, e che in un certo modo, gioisse veramente della presenza delle tre persone [della Trinità] possedendole in essa».
Questa dimora di Dio in noi, questa condiscendenza d’amore, è motivo di meraviglia. Esserne amorosamente coscienti è già preghiera. La preghiera è essere presenti al Presente, è entrare nella preghiera della Trinità, nello scambio d’amore tra le persone divine, è aprire i propri occhi alla realtà che siamo il tempio di Dio, che siamo il suo compiacimento, che il nostro cuore è quella mensa imbandita dove siedono il Padre, il Figlio e lo Spirito.
Ma non solo l’anima è dimora della Trinità, la Trinità è anche la dimora dell’anima. Dio realizza in noi e con noi la perichóresi trinitaria. Elisabetta scrive altrove: «La Trinità: ecco il nostro restare, la nostra dimora, la nostra casa paterna, da cui non dobbiamo mai allontanarci».
È molto profonda, al riguardo, l’intuizione del poeta libanese Khalil Gibran quando, parlando dell’amore dice: «Quando ami non dire: “Ho Dio nel cuore”; di’ piuttosto: “Sono nel cuore di Dio”».
Vivere nella Trinità, vivere la Trinità, è lasciarsi attraversare, trasportare e trasfigurare dalla corrente della vita divina, dalla dinamica delle tre ipostasi che sono estasi totali d’amore. Ascoltiamo, a conclusione, le parole di Guglielmo di Saint Thierry:
L’uomo in un certo senso trova se stesso nel mezzo, nell’abbraccio e nel bacio del Padre e del Figlio, cioè, nello Spirito Santo. Ed è unito a Dio con l’Amore stesso in cui il Padre e il Figlio sono uno. Diventa santificato in colui che è la santità di entrambi.
Per Guglielmo, l’ascesa della persona verso la Trinità non avviene tanto grazie allo Spirito Santo quanto nello Spirito Santo, ovvero, nella stessa persona dello Spirito Santo:


Come avviene nei baci degli amanti, che con dolcezza e scambio vicendevole, impartono lo spirito l’uno all’altra, così anche lo spirito creato versa se stesso pienamente nello Spirito che lo ha creato per questa stessa effusione; lo Spirito creatore infonde se stesso in lui come gli piace, e l’uomo diventa un solo spirito con Dio.
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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