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Se non sono pronto all’avventura dell’alterità, mi trovo nella condizione narcisistica di attraversare l’altro alla ricerca di me stesso. Mi illudo di vedere l’altro e di stravedere per lui ma, in realtà, vi imprimo la mia immagine sotto le mentite spoglie del nome e del volto dell’altro. Il superamento del narcisismo coincide con la frantumazione di questo mondo di specchi e con l’iniziazione alla difficile oggettività del reale.



L’altro mi altera perché mi delude, disillude le mie illusioni e per questo mi “real-izza”, mi porta alla realtà...
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Il gioco dell'amore
Il gioco dell'amore
Cheaib Robert



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L’Adversus haereses di sant’Ireneo di Lione

Lo gnosticismo è venuto a galla presso l’attenzione dell’uomo medio negli ultimi anni grazie in parte al romanzo di Dan Brown, «Il codice Da Vinci». L’autore aveva cucito una trama accattivante intorno ad alcuni vangeli gnostici per inculcare alcune immagini o visioni ideologiche riguardo a Gesù. A prescindere dall’interpretazione falsata ben lontana dall’esattezza storica e non consona con lo spirito dello gnosticismo e la sua ermeneutica della realtà, un effetto di tale impresa è stato quello di aver aperto gli occhi e suscitato la curiosità riguardo ai cosiddetti scritti “nascosti”. Basandosi infatti su uno dei sinonimi della parola “apocrifa”, Brown ha saputo completare indebitamente la sua conspiracy theory che la Chiesa abbia nascosto alcuni vangeli che contengono dottrine segrete di Gesù e fatti inediti della sua vita.
Il secolo passato è stato arricchito da varie scoperte di testi gnostici in seguito a ritrovamenti archeologici importanti. Forse la scoperta più interessante è quella che avvenne nel dicembre 1945 nell’Alto Egitto e precisamente a Nag Hammadi ove furono rinvenuti vari codici manoscritti contenenti testi gnostici originali.
Ciò che è meno saputo, però, è che il più grande storico e storiografo dello gnosticismo è un Padre della Chiesa del II secolo, sant’Ireneo di Lione. La sua opera maggiore, Adversus haereses, il cui titolo completo è «smascheramento e confutazione della falsa gnosi», costituisce – non solo il documento più antico che presenta, spiega e confuta le dottrine degli gnostici – ma anche una delle più autorevoli presentazioni dello gnosticismo di tutti i tempi. I testi di Nag Hammadi non hanno fatto altro che dare conferma generale della conoscenza dello gnosticismo che Ireneo (e altri Padri) offrivano nei loro scritti; i manoscritti hanno mostrato infatti la veridicità dell’affermazione di Ireneo che dichiara nella sua opera di scrivere avendo i testi degli gnostici sotto mano.
L’Adversus haereses è un’opera di grande importanza almeno per due motivi. Essa – in primo luogo e come stavamo appena dicendo – è un’autorevolissima presentazione delle dottrine gnostiche, e una loro puntuale e paziente confutazione. Lo gnosticismo – e come ci mostra Ireneo, è meglio parlare di dottrine e correnti gnostiche al plurale – è un fenomeno molto complesso fondato su una conoscenza dalla «consistenza ontologica». La possibilità di poter accedere a tal conoscenza esoterica è già una predestinazione salvifica in quanto segno dell’appartenenza alla cerchia privilegiata dei pneumatokoi. Ireneo rimprovera a più riprese – e non di rado con toni irrisori – gli gnostici di essersi impossessato di una qualifica che non compete loro, quella del «sapere» essendo la loro in verità una «falsa gnosi». Il loro sapere non si fonda sulla predicazione della verità ma su vane fantasticherie e su gerarchie celesti costituite a caso. Le loro dottrine – tra cui la distinzione tra il «Demiugro» creatore e il Dio di Gesù Cristo – mostrano un disprezzo evidente della realtà creata a discapito della teologia della creazione presenti in entrambi i testamenti e dell’incarnazione del Figlio di Dio.


Contro le eresie
Contro le eresie
Ireneo di Lione (sant')
In secondo luogo, l’Adversus haereses gode di particolare importanza perché costituisce la prima grande sintesi della fede cristiana. Infatti, dopo la presentazione – nel primo dei cinque libri – della genesi dei trenta eoni degli gnostici che costituiscono il pleroma iniziale, e delle varie ramificazioni della falsa gnosi, Ireneo si dedica nel secondo libro a confutare queste dottrine partendo dal contenuto scritturistico. Il resto dei libri è un’affermazione poliedrica delle verità della fede professate dai cristiani nel vero e unico Dio Padre. Al di là delle illusioni infondate degli gnostici, Ireneo mette in chiaro i pilastri della fede apostolica e della «regola della verità», mostra l’interdipendenza e la complementarità dei due testamenti, affermando anche il criterio della «successione apostolica» manifesta a tutti e rintracciabile. A mo’ d’esempio Ireneo offre il paradigma della tracciabilità della successione apostolica nella Chiesa di Roma, e non senza vanto mostra anche la sua discendenza spirituale da Ippolito da Smirne nella cui memoria balenava ancora la predicazione di Giovanni l’apostolo.
L’Adversus haereses è un classico intramontabile. La lunghezza e la prolissità di alcuni parti sono impedimenti lievi di fronte alla grande attrattiva che investe l’opera, sia per chi è interessato alla questione dello gnosticismo e della risposta del proto-cristianesimo ad esso, sia per toccare da vicino una formulazione solida della fede che riecheggia con potenza l’ardore e l’ardire della fede degli apostoli. Un’apologia a cui non siamo tanto abituati ai nostri giorni, sia per la sua grinta, sia per la sua pretesa, ma della quale abbiamo più che mai bisogno.

Robert Cheaib


Photo:  Some rights reserved by a God's Child

Giobbe è il paradigma dell'uomo sofferente. E il mondo è popolato da un numero sterminato di “Giobbe”. Confrontarsi con lui non elimina il dolore, ma aiuta meglio a dimorare nelle proprie domande sofferte.
Giobbe ci riporta con i piedi per terra raccontando la storia di un uomo giusto che cade in disgrazia. Il nostro buonsenso fatica ad accettare che le persone buone possano cadere in disgrazia. Eppure, questo accade tutti i giorni. Ciò nonostante, ci sorprendiamo spesso a pensare, come gli amici di Giobbe, che qualche colpa ha provocato la disgrazia. La categoria di merito è troppo radicata nella nostra facoltà di valutazione degli eventi.
Il superamento della categoria del merito, però, non basta a risolvere i problemi. Anzi! Ci troviamo piuttosto dinanzi alla necessità di teorizzare il caos. Detto altrimenti, se la sventura colpisce giusti e ingiusti, buoni e cattivi, «la grande tentazione è pensare che il mondo sia governato dal caos, dalla dea bendata, e negare che valga la pena coltivare la virtù, perché è la fortuna a vincere». Il libro di Luigino Bruni, La sventura di un uomo giusto. Una rilettura del libro di Giobbe, affronta questa tematica attraversando saggiamente e sensibilmente il libro biblico di Giobbe.
Giobbe ci costringe a prendere sul serio le contraddizioni della vita, i suoi silenzi, le non risposte e i paradossi. Giobbe non è un libro per chi non ha avuto un contatto con lo scacco e le correnti contrarie della vita. Non è per chi non ha mai assaggiato bocconi amari. Giobbe è per quelli che hanno conosciuto il linguaggio del dolore e della disperazione. È un libro per la vita adulta. Il libro ci presenta Giobbe senza né padre né madre. È come Adamo. Paradigma di ogni uomo. È Adam, un uomo, un terrestre, come noi. E questo uomo non ci dà una risposta al dolore, ma ci fa interrogare. Forse solo così ci aiuta a trovare le nostre risposte. Risposte non teoriche. Sicuramente non facili. Giobbe non è per tutti. È per chi voglia apprendere il mestiere del vivere «senza accontentarsi delle risposte semplici, neanche di quelle semplicissime dell'ateismo. Giobbe continua a lottare anche per loro».
Il libro di Giobbe mostra lo scacco delle varie risposte della teodicea classica. Ci mostra il peso della solitudine quando l'uomo soffre. Lì convergono amicizia e incomprensione, silenzio e parola. Sì, perché in Giobbe la carne diventa parola. «Il suo canto di maledizione è anche la costruzione di una nuova e diversa arca di salvezza. Nell'arca di Giobbe non salgono i suoi figli e gli animali, ma tutti i disperati, li sconsolati, i depressi, gli abbandonati, i falliti, gli scomunicati, tutte le vittime inconsolabili e inconsolate della storia».
Con Giobbe scopriamo la lungimiranza dell'umanesimo biblico dell’Antico Testamento. Esso non assicura la felicità ai giusti su questa terra. Giobbe è l'uomo dei perché, e un perché che sgorga dal cuore a volte è una grandissima preghiera. Non sempre si viene a patti con Dio ammettendo di essere colpevoli. A volte serve l'audacia di un Giobbe che osa alzare gli occhi ed eleva fiducioso al cielo un rosario di perché.


Gli amici di Giobbe vogliono giustificare Dio. Si accaniscono contro l'uomo per rendere giusto Dio. Giobbe chiede a Dio giustizia. Entra in giudizio con Dio stesso. Malgrado il silenzio apparente invoca un Cielo abitato.
Pur non appartenendo al popolo d'Israele, egli si inserisce tra quelli che elevano al cielo un SOS della terra. «A Giobbe non basta il riscatto in Paradiso, anche perché non lo conosce. Il Dio di questi libri biblici è il Dio dei vivi, non dei morti. Non può essere vero un umanesimo biblico che rimandi tutto il riscatto delle vittime innocenti all'eschaton o all'oltretomba».
Gli amici del libro di Giobbe ci sembrano insensibili e insensati. Ma non dobbiamo sentirci troppo diversi da loro. Il libro li mette lì per farci confrontare, non tanto con loro, ma soprattutto con noi stessi.
Non possiamo capire le domande di Giobbe senza aver appurato la povertà delle nostre risposte. «Anche oggi Giobbe non capisce più le nostre risposte, non lo consolano, lo tormentano. E ci invita almeno a tacere, ad ascoltarlo. Ci sono troppe grida anelanti un Dio diverso che si alzano verso il cielo, che vengono a muti te dalle nostre risposte troppo semplice, poco solidali, lontane dalla gente, che non sanno ascoltare i viaggiatori del nostro tempo».

Giobbe, per chiudere questa piccola presentazione, non va letto tanto per le risposte, quanto per aprirci agli interrogativi dei nostri e degli altrui dolori. Quando in una comunità religiosa Giobbe è eclissato o ammutolito, proliferano le risposte in nome di Dio e spariscono le domande a Dio. Tramonta la fede viva e regna l'astrazione. Giobbe ci dice che Dio non si trova nelle facili risposte e nelle arroccate certezze. Dio non sempre risponde come ci attendiamo. Dio tace. E noi «dobbiamo scoprirlo dentro le grida senza risposta, dobbiamo cercarlo dove apparentemente non c'è».
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Nella tradizione del Midrash, la vita di Abramo è presentato in una serie di 10 prove alla quale Dio lo sottopone. Se guardiamo il testo biblico, non riscontriamo la stessa struttura. Tale suddivisione tardiva, se manifesta qualcosa, essa manifesta l’assidua presenza di Jhwh e la sua guida assidua dell’esistenza del Patriarca, dalla sua chiamata da Charan fino all’ordine del sacrificio sul monte.
Secondo André Wénin, tale filo conduttore non è stato generalmente percepito dall’esegesi classica. Al massimo è stato rilevato l’elemento che connette la prima chiamata a uscire e la seconda chiamata al sacrificio. In questo ambito si inserisce il prezioso contributo dell’a., il quale si era già cimentato in uno scrupoloso, nutrito e nutriente commento ai primi 11 capitoli della Genesi nel volume Da Adamo ad Abramo o l'errare dell'uomo. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. I. Gen 1,1-12,4
Nel presente volume – che porta questo titolo in italiano: Abramo e l'educazione divina. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. II. Gen 11,27-25,18, l’a. si dedica a un’analisi minuziosa del ciclo di Abramo.


Wénin considera la presente opera come un «ritratto» di colui che viene chiamato «padre dei credenti». L’intento del volume, infatti, è quello di offrire una sequenza unificata dei vari capitoli che compongono la vicenda del Patriarca in Genesi. Nel testo vengono analizzati, tra molti altri, i testi cruciali e ricchi di interrogativi e di risposte, della chiamata di Abramo, l’incontro con le tre figure misteriose a Mamre, Sodoma e Gomorra, il sacrificio sul monte Moria, ecc.

Wénin è da leggere. Non solo per la bellezza dello stile, ma anche per la minuziosità delle osservazioni e l’acutezza delle analisi. Nel suo metodo – l’analisi narrativa – l’attenzione si rivolge verso i piccoli dettagli che fanno una grande differenza. La sua prospettiva, poi, dato che è esistenziale e antropologica, rende il testo biblico più vicino al suo lettore e accrescendo la comprensione, fa crescere il suo lettore. D’altronde, come ricorda Jean-Louis Ska, «il “senso” dei testi dipende dalla capacità del lettore di partecipare attivamente al dramma dei personaggi messi in scena dal racconto».
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