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«Farmaco di vita», così chiama sant'Efrem il Siro, Gesù, sopratutto quando parla dell'Eucaristia. L'espressione rende bene la realtà che le parole di Gesù rivelano in questo vangelo: «Non avete in voi la vita». Noi siamo carenti di vita. Non abbiamo pienezza di vita perché non abbiamo pienezza d'amore. Non abbiamo vita perché non la doniamo. Non abbiamo vita e per questo non la doniamo. L'Eucaristia viene a liberarci da questo circolo vizioso. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». A noi che non abbiamo la vita in noi stessi, la Vita viene a darci se stessa. Che meraviglia! Viviamo l'Eucaristia con questa coscienza.
#pregolaParola
(Gv 6,51-58)
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
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L'umanità inizia quando non è più l'utilità a determinare i rapporti. In questo senso, Gesù si rivela profondamente umano nel suo gesto gratuito verso i bambini, data soprattutto la poca considerazione che era loro riservata nella cultura del tempo. Questo vangelo ci pone davanti ai nostri rapporti e alle nostre valuta, ioni e ci interroga: ho l'atteggiamento dei discepoli verso le persone «non utili» che mi si presentano? O ho l'atteggiamento benedicente e attento di Gesù? Qui è in gioco la nostra spiritualità, ma anche la nostra umanità, perché il valore di una persona è proporzionale anche al valore e all'attenzione che dà a chi non gli è utile.
#pregolaParola
(Mt 19,13-15)
Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono. Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli». E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.
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Leggo questo vangelo nella prossimità del matrimonio di mio fratello. Lo leggo in mezzo ai preparativi per il lieto evento. Si respira la bellezza e la dedizione reciproca degli sposi. E vedo quanto investimento viene messo nell'esperienza dell'amore nuziale. Spesso gli sposi dimenticano questi primi slanci, si lasciano appesantire da fatti e misfatti e si ritrovano come estranei, anzi, come nemici. Un breve commento al vangelo non può soffermarsi su ogni casistica e so bene che la dolorosa questione del fallimento di un matrimonio è ben più complessa. Ma, almeno per alcuni casi, Gesù ci indica una via di soluzione che non sia la distruzione del matrimonio: il ritorno al primo amore, il far memoria dell'alba dell'amore. Ma il Signore lo fa, non solo tornando alla storia degli sposi, ma al «in principio». A lì dove l'amore era una realtà che esprimeva il sogno di Dio. È lì, in quella bellezza, in quell'entusiasmo divino, che è possibile attingere forza per risolvere e non dissolvere, affrontare e non sfuggire i conflitti d'amore.
#pregolaParola
(Mt 19,3-12)
Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio». Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».
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Il perdono è, per certi versi, una ingiustizia. Almeno se lo guardiamo con l'occhio calcolatore. Perdonare è accettare che una situazione di squilibrio venga risanata con una concessione. E quanto è difficile! Tutti siamo bravi a dire a priori: “io perdono a tutti, io non ce l'ho con nessuno” , finché qualcuno ci fa un torto. E allora si sveglia dentro di noi Torquemada e diventiamo dei grandi inquisitori in nome della giustizia infranta e della sensibilità affranta. Da dove attingere forza per non diventare giustizieri e per colmare l'ingiustizia subita? In questa parabola, Gesù ci indica la via: guardare al perdono di Dio, contemplare questo perdono che è rivolto a me. Il primo a subire volontariamente l'ingiustizia del perdono è Dio! Dio, diceva un teologo del secolo scorso, non è ingiusto che verso sé stesso. E proprio con questa “ingiustizia”, ci rende giusti e ci libera dalla zavorra dei calcoli. E onestamente: è un affare infinitamente conveniente.
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(Mt 18,21-19,1)
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.
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