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Gesù pastore, Gesù porta delle pecore, Gesù agnello immolato per l'umanità. Il Signore si è fatto tutto per farsi trovare da me e da te in tutto. Niente è profano se lo guardiamo con l'appassionato amore di Dio che vuole donarsi. Tutto è luogo di incontro. Tutto è spazio, non per vivere soltanto, ma per avere la vita in abbondanza... Per chi accoglie l'Amore ed entra per quella Porta.

(Gv 10,1-10)
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

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Ho conosciuto dei pastori nella mia infanzia e ciò che mi ha impressionato in loro è il fatto di avere una specie di rapporto singolare con ogni pecora del loro gregge. Per me le pecore erano tutte uguali, per loro no. La cura, poi, verso questi animali era esemplare, con ore e ore ogni giorno per stare dietro alle pecore nei pascoli. Gesù ci permette di vederlo in questa cura singolare e in questa pazienza. Ma c'è un aspetto in Cristo che neanche un buon pastore ha: questi, infatti, si prende cura delle pecore al fine di nutrirsi di loro prima o poi. Gesù il buon pastore, anzi, il bel pastore, diventa lui stesso nutrimento del suo gregge. Sostiamo in contemplazione davanti a questo grande amore, questa grande bellezza.
(Gv 10,11-18)
Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
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Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Forse è l'aspetto meno teologico di questo vangelo, ma per me è il più affascinante: Gesù che non si perde d'animo perché le persone non accolgono il suo messaggio, ma ha anche il coraggio e l'umore (perché direi che le sue parole sono state dette con non poca ironia) di invitare i suoi discepoli a rifarsi i propri conti. La sua è una lezione di coerenza interiore, di adesione ai propri valori e al Padre, a prescindere dagli applausi delle folle e dell'audience. Molte persone che incontro e si confidano con me sulla loro vita di fede mi dicono che sono le uniche a credere in famiglia. Il loro cammino è duro e contrastato. La via per sopravvivere a questa innegabile difficoltà è una solida coscienza di non essere realmente soli, ma di essere on Cristo (sebbene, per dirla con Chiara Lubich, spesso è il Gesù abbandonato) e, contemporaneamente, di entrare in comunione con coloro che non si allantonano da Gesù perché hanno riconosciuto e creduto che solo lui ha parole di vita eterna.
(Gv 6,60-69)
Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
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Protestiamo per la lontananza di Dio. Lo vorremmo vicino. Consideriamo questa distanza inaccettabile e intollerabile. Ma ciò che realmente fatichiamo a tollerare è la prossimità e l'intimità di Dio che Gesù annuncia. «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Ci scandalizza l'annuncio di un Dio che vuole diventare carne della nostra carne, vita della nostra vita, momento dei nostri momenti. Lo scandalo vero non è l'Eucaristia (per quanto non sia facile da comprendere), lo scandalo è la trasformazione di tutta l'esistenza in esistenza eucaristica, dove quel Cristo che abbiamo accolto nel pane diventa vissuto e presente, in ogni sfumatura di vita, sia che splendesse di risurrezione, sia che pesasse come la sua croce.
(Gv 6,52-59)
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
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