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Il prerequisito dell'infanzia per entrare nel regno non deve essere un ulteriore motivo d'ansia spirituale, quasi fosse un altro peso o un altro impegno da portare avanti. Un bambino, più piccolo e indifeso è, più suscita tenerezza e amore incondizionato. Certo, diventare bambini richiede tutto un cambio di mentalità, una conversione. Richiede un riconsegnare le redini della propria storia al Signore, fidarsi dei suoi progetti anche se non si vede ancora dove portano. Insomma, essere bambini non significa essere bambinoni adagiati sugli allori. Fidarsi è il mestiere di infanzia spirituale che richiede adultità nella fede. Per questo il Signore aiuta la nostra immaginazione con un'immagine che raffigura il suo atteggiamento in questa partita. Egli non sta lì ad attendere il nostro ritorno, ma con non poca follia, lascia le 99 per cercare la pecora smarrita. Come per dirci: di una follia d'amore così, per te, non puoi che fidarti.
#pregolaParola
(Mt 18,1-5.10.12-14)
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.
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Il «monotonoteismo» - per dirla con Nietzsche - è la tentazione ricorrente e mortale del cristianesimo. Questa monotonia della religione che vive di inerzia espone il cristianesimo storico e il cammino della Chiesa a una anemia di giovani, di donne e di adulti credenti.
Ed è questa la tesi che Armando Matteo sviluppa nel suo libro La Chiesa che manca. I giovani, le donne e laici nell’EvangeliiGaudium, dove afferma, parlando nello specifico della Chiesa italiana: «La Chiesa italiana che manca è la Chiesa dei tanti giovani e delle tante giovani, delle tante donne e dei tanti adulti credenti che, per un motivo o per l’altro, l’hanno abbandonata negli ultimi decenni o che questa Chiesa più semplicemente non è stata in grado di generare pur in mezzo al moto perpetuo del suo affaccendarsi pastorale» (8).
L’a. non cede alla magra consolazione del permanere della fiammella di una certa ricerca spirituale perché tale ricerca è più nell’ambito «del desiderato che dell’agito» e il fatto spirituale in questione è raramente collegato alla fede cristiana. In questa generazione, poi, osserviamo non solo piccoli atei che crescono, ma anche piccole atee che crescono, trovandoci non tanto dinanzi alla prima, quanto alla seconda generazione incredula. Una generazione non combattiva contro la fede, ma piuttosto adagiata in una non credenza pacifica.

La Chiesa che manca
La Chiesa che manca
Armando Matteo

L’a. dialoga inoltre con le intuizioni e le provocazioni della Evangelii Gaudium costringendo la Chiesa che è in Italia a riconoscere che le sue comunità sono poco abitabili dai giovani, una Chiesa capace di arrestare la fuga delle donne (quarantenni) e che abbia il coraggio di riconoscere la fine della cristianità, superando la «propria pesante autoreferenzialità» per aprire a una nuova traduzione del cristianesimo nell’oggi attraverso uno stile che sappia festeggiare la novità cristiana.
Uno degli aspetti che l’a. denuncia è il difetto di trasmissione della fede. Nelle parole di Matteo, «gli adulti di riferimento dei nostri giovani hanno certamente chiesto per loro i sacramenti della fede, ma in verità ciò è accaduto senza alcuna fede nei sacramenti, li hanno portati in chiesa, hanno insistito pure che essi dicessero le preghiere e leggessero il Vangelo, ma non hanno mai pregato e letto il Vangelo insieme con i loro figli, hanno infine favorito l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e private, ma alla fine hanno ridotto la religione ad una questione della scuola, oltre che della parrocchia» (50-51). In una parola, è mancata la testimonianza nella consegna del testamento della fede.
Dialogando con l’analisi e la proposta di papa Francesco, l’a. – nel secondo capitolo – tira fuori alcune intuizioni dal magistero del pontefice. Un primo tratto è quello dell’ancora diffuso clericalismo. Questa mentalità marginalizza i laici e non permette una giusta penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale. L’eccessivo clericalismo «tiene i laici al margine delle decisioni», ma tiene anche i cristiani al margine del mondo e della sua conoscenza. A ragione Pierangelo Sequeri afferma che «l’impressione è che gli ecclesiastici, preti o laici che siano, sappiano oggi, a quarant’anni dal concilio, ben poco del mondo e di quello che in esso accade».
Un altro invito è quello di un sincero e accorato ascolto dei giovani soprattutto nel periodo di grandi cambiamenti sociali che viviamo. Il papa afferma nell’Evangelii gaudium: «La pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. A noi adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Per questa stessa ragione le proposte educative non producono i frutti sperati» (n. 79).
Riprendendo le proprie proposte, Matteo invita a «un’efficace conversione dell’azione pastorale spicciola, che renda sempre più “abitabile” questa Chiesa dai tanti uomini e dalle tante donne, giovani e adulti, che oggi mancano all’appello» (87).

Come cristiani-dentro siamo invitati a interrogarci se «ci manca quella Chiesa che manca». Siamo invitati a non rimanere indifferenti verso i 99 che sono andati via. A tal proposito è bene riprendere un testo suggestivo di papa Francesco il quale, nel convegno della diocesi di Roma del 2013, aveva avvertito i cristiani di Roma a non essere «pettinatori di pecorelle» attaccandosi alle poche pecore rimaste nell’ovile, dimenticandosi di quelle che non sono più nell’ovile. Dice il papa: «Nel Vangelo è bello quel brano che ci parla del pastore che, quando torna all’ovile, si accorge che manca una pecora, lascia le 99 e va a cercarla, a cercarne una. Ma, fratelli e sorelle, noi ne abbiamo una; ci mancano le 99! Dobbiamo uscire, dobbiamo andare da loro! In questa cultura - diciamoci la verità - ne abbiamo soltanto una, siamo minoranza! E noi sentiamo il fervore, lo zelo apostolico di andare e uscire e trovare le altre 99? Questa è una responsabilità grande, e dobbiamo chiedere al Signore la grazia della generosità e il coraggio e la pazienza per uscire, per uscire ad annunziare il Vangelo. Ah, questo è difficile. E’ più facile restare a casa, con quell’unica pecorella! E’ più facile con quella pecorella, pettinarla, accarezzarla… ma noi preti, anche voi cristiani, tutti: il Signore ci vuole pastori, non pettinatori di pecorelle; pastori! E quando una comunità è chiusa, sempre tra le stesse persone che parlano, questa comunità non è una comunità che dà vita. E’ una comunità sterile, non è feconda. La fecondità del Vangelo viene per la grazia di Gesù Cristo, ma attraverso noi, la nostra predicazione, il nostro coraggio, la nostra pazienza».
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«Come può?». È questa la variante di incredulità che attraversa diversi incontri di Gesù nel vangelo di Giovanni. Una domanda semplice, quasi innocente, che esprime un blocco interiore, fatto di ragionamento autoreferenziale che misura tutto a partire dalle proprie categorie, le proprie possibilità, i propri limiti. Anche noi ci troviamo in questo «come può?», ogni volta che siamo chiamati a misurarci con la fantasia di Dio e ci limitiamo invece ad abbracciare con ostinazione il “realismo” della nostra miseria. Realismo irreale perché non tiene in conto una realtà importante: che la nostra miseria non è lasciata a se stessa, ma è visitata dal Pane della vita disceso dal Cielo, per noi. Solo chi accoglie questo amore donatoci sul serio è un vero realista.
#pregolaParola
(Gv 6,41-51)
Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
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Il Signore si attende che facciamo miracoli. È quello che traspare dal disappunto di Gesù in questo vangelo. Quando il padre dell'epilettico lamenta che i discepoli non hanno potuto guarire il figlio, il Signore non la prende bene e inveisce contro la generazione incredula. Ma chi siamo noi per fare miracoli? Non siamo nulla. Non possiamo nulla. Ma allo stesso tempo, tutto possiamo in Colui che ci dà forza. Ci tocca allora fare qualsiasi cosa? Naturalmente no. Ma in quella chiamata particolare che ognuno di noi ha, sappiamo che il Signore si attende il miracolo, un miracolo che ha già avviato creandoci e che non vede l'ora di portare a compimento.
#pregolaParola
(Mt 17,14-20)
Appena ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell'acqua. L'ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito. Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».
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