Il termine Grazia è usato frequentemente dai cristiani per esprimere la vita teologale e spirituale. Tale uso si estende anche a eventi in cui le persone ritengono di aver ricevuto un dono inspiegabile “dall’Alto”, sia esso una guarigione o una protezione in una situazione di grave pericolo.

Nel suo volume Grazia. Concetti fondamentali per pensare la vita nuova, edito dalla Queriniana, Victor Manuel Fernández associa la grazia all’amicizia:

Grazia

Grazia

Víctor Manuel Fernández

«Quando diciamo Grazia, in teologia e nell’ambito della spiritualità, vogliamo parlare della nostra amicizia con Dio e di tutto ciò che questa amicizia implica di vita nuova, di rinnovamento, di fecondità».

Questa associazione era già evidente nella prima versione, più estesa e accademica, dell’opera, pubblicata in spagnolo nel 2003 con il titolo: La grazia e la vita intera. Dimensioni dell’amicizia con Dio.

Il volume può essere considerato un trattato non classico sulla teologia della Grazia. L’autore stesso riconosce che l’opera evita le lunghe introduzioni storiche tipiche dei manuali, preferendo aprire prospettive nuove e porsi in dialogo ecumenico e interreligioso.

 

Radici etimologiche: Charis e il mondo ebraico

Nel Nuovo Testamento, il termine “Grazia” è espresso con il lemma Charis, traduzione di una serie di termini che esprimono la ricchezza immaginativa dell’ebraico:

Hesed: compassione, misericordia, favore.

Hen: l’atto di “trovar grazia” agli occhi del Signore.

Rahamim: tenerezza e viscerale compassione.

Ritornando al termine charis, l’autore nota come in esso convergano benevolenza e bellezza, traducendo l’intersezione tra bontà ed estetica. Tuttavia, la Grazia non è strettamente sinonimo di bellezza:

«Il “grazioso” è più che bello, perché implica un mistero dietro ciò che si manifesta. Indica che c’è qualcosa di inafferrabile che trascende il visibile, anche se è lì che si offre».

 

Grazia Creata e Grazia Increata

Un altro tema che fa chiarezza per il lettore medio è la spiegazione della distinzione tra grazia creata e grazia increata:

Grazia increata: È Dio stesso che si dona.

Grazia creata: Si riferisce agli effetti della vita della Trinità nella nostra esistenza: liberazione, purificazione, trasformazione. È un aspetto secondario, ma inseparabile dal primo.

Secondo l’autore, seguendo la sintesi di Karl Rahner, la grazia è l’autocomunicazione di Dio all’uomo. Non è semplicemente la comunicazione di una “forza” o di “beni superiori”, ma di Dio stesso. Per questo, la grazia non è un mero aiuto per raggiungere il cielo, ma una «realizzazione anticipata del cielo, come la gloria misteriosamente presente nella nostra vita».

In termini spirituali, è il rapporto con Dio che trasforma il nostro essere e non il contrario. San Bonaventura offre una sintesi efficace: la grazia implica che l’essere umano “possiede” veramente Dio. Tuttavia, possedere Dio non significa ridurlo a un oggetto manipolabile, ma essere raggiunti e posseduti da Lui:

«Nessuno possiede Dio, se non è posseduto in modo più speciale da Lui» (I Sent 1, 1, 1).

Le categorie della comunione

La grazia non è un influsso che prescinde dalla Trinità, ma un’unione diretta con il Dio Tri-Uno. Attraverso di essa, Dio si fa intimo e immediato. L’autore presenta diversi modi in cui questa comunione si manifesta:

L’Alleanza: Trova il suo compimento nel Cristo morto e risorto. Il “fidanzamento” tra Dio e l’umanità, prefigurato nell’Antico Testamento, si realizza nel Nuovo Patto attraverso la nuzialità: Dio è lo sposo dell’umanità.

L’Amicizia: Come sintetizza Tommaso d’Aquino, la carità stessa è amicizia, poiché è un amore che cerca il bene dell’amato, è reciproco e fondato sulla comunicazione (STh II-II q. 23 a. 1).

La Figliolanza: Siamo figli per grazia, innestati in Cristo che ci comunica la sua stessa vita.

L’Inabitazione: Riprendendo i grandi mistici e la Scrittura (Shekinah), si evidenzia come lo Spirito agisca dall’interno dell’uomo. La liturgia lo definisce «ospite dolce dell’anima».

Come ricorda Tommaso d’Aquino, la differenza tra la vita nella grazia e la gloria celeste è solo di grado e non di essenza: 

«La grazia – scrive l’Aquinate – non è altro che un certo inizio della gloria in noi» (STh II-II q. 24 a. 3).

Il dinamismo trinitario

La grazia non è una cosa che Dio dona, ma è l’autodonazione del Signore. Ogni creatura porta in sé una struttura trinitaria che potrebbe essere contemplata se lo sguardo umano non fosse fragilizzato dal peccato. Tutti gli effetti di trasformazione prodotti dalla grazia (grazia creata) sono intrinsecamente trinitari.

Se non possiamo contemplare facilmente l’immagine trinitaria nell’umano, è certo che è il dinamismo trinitario che spiega la nostra vita e le dona senso. Il dinamismo fondamentale che la Trinità produce in noi è l’autotrascendenza: l’orientamento di sé verso l’altro. In ogni cosa esiste un orientamento al dono di sé che proviene dal seno della Trinità, in opposizione alla tendenza a ritirarsi nel proprio egoismo, derivante dai limiti della condizione creaturale.

La grazia è essere chiamati a questa vita simile alla vita trinitaria e, in ultima analisi, è entrare nella dinamica stessa della vita trinitaria: è la divinizzazione. 




Robert Cheaib
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