«Sei tu colui che deve venire?» (Mt 11,3). Questa domanda viva ai tempi di Gesù non si è affievolita lungo la storia. La suggestione ripresa nel testo di Marcello Bordoni, Gesù di Nazaret. Presenza, memoria, attesa, resta attuale 30 anni dopo l’uscita del testo che giunge alla sua ottava edizione. La domanda mette alla prova la validità di un discorso cristologico che sia in grado di porre nella giusta luce la pretesa salvifica universale di Cristo, in un mondo sempre più pluralistico e relativistico e quindi strutturalmente allergico a ogni dichiarazione di unicità e di universalità di un valore o di una verità.
Le provocazioni che interpellano il discorso cristologico sono tante e non derivano solo dall’ordine teologico, ma anche dal dolore del mondo. Bordoni considera che «la provocazione principale deriva dalla condizione ‘infra-umana’ di esistenza» dove il “non-uomo” pone in questione non solo il nostro mondo religioso, ma anche sociale e politico.
Un’altra provocazione che il discorso cristologico affronta è quella del distacco dalla Chiesa e che si manifesta in un tentativo di «liberare Gesù dalla Chiesa» con la pretesa di ritornare a una pura immagine storica, «affinché egli possa ancora ‘liberamente parlare’».
Con attenzione all’orizzontale e al verticale, Bordoni coglie le sfide e cerca di declinare il discorso cristologico in tre momenti rappresentati dal sottotitolo del volume.


Così il primo aspetto ci ricorda che la fede e la predicazione cristiana confessano ed annunciano un l’evento Gesù Cristo, compiutosi nella pasqua, non come un fatto isolato, a sé stante, ma collocato essenzialmente nel cuore della storia della salvezza». La radice degli errori e delle eresie cristologiche era e rimane il rifiuto di una realtà storica di Cristo, centro della fede.
La presenza di Cristo è pervasiva e attraversa sia l’annuncio pasquale sia la realtà terrestre di Gesù. Anzi, c’è un rimando reciproco tra le due dimensioni perché, come ricorda Käsemann, «se non si può comprendere Gesù terrestre che a partire da pasqua, e dunque dalla dignità del Signore della comunità, inversamente, non si può adeguatamente comprendere pasqua se si fa astrazione dal Gesù terrestre».
La conoscenza storica di Gesù rivela la sua rilevanza teologica mostrando che il dato teologico di fede non è fondato sul mitologico divinumano, ma sulla presenza ed esistenza reale e storica di Gesù di Nazaret, figlio di Dio.
Il Gesù proclamato esprime con creativa fedeltà il Gesù storico che è a fondamento della cristologia. La coscienza storica si sostiene con l’anamnesi ecclesiale del Gesù terreno, con le sue parole e i suoi gesti. L’anamnesi, presente nei vangeli e in tutto il NT, non può essere trattata come qualsiasi genere storico letterario, ma come «un documento di fede che narra un passato storico non definitivamente morto: per la Chiesa, luogo della lettura di fede del documento scritto, il Gesù del passato vive e la memoria è funzionale in rapporto a questa presenza. Il momento dell’approccio storico al Gesù terreno, non può essere condotto quindi con un metodo storicistico che ignori, in questo suo stesso momento, la particolarità letteraria di quelle fonti che consentono il risalire all’evento delle origini».

Ora la presenza e la memoria di Gesù non si sono poste a suo tempo e, quindi, non si possono porre oggi come dati dissociati dal resto della storia, ma come compimento concreto dell’attesa di Israele che attraversa la promessa ad Abramo, passando per la Legge e i profeti per giungere al compimento messianico in Gesù. Declinando l’attesa in vista del futuro, la sfida è quella della verifica del valore universale della salvezza cristica rispetto alle attese dell’umanità presente e futura. 

Robert Cheaib
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