Esce in libreria in questi giorni il libro di una cara amica, Maria Marzolla. L'uscita in prossimità della festa della mamma non è stata programmata, ma è stata accolta come una felice Dio-incidenza, per un libro che parla appunto di attesa, di maternità e della bellezza - non esattamente facile, ma proprio per questo bellezza - dell'attesa, della nascita di un figlio con la concomitante nascita di due genitori. Vi lascio con la mia prefazione a Due occhi in più, edito da Tau Editrice.
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la coppia come grembo


Ho rimandato per vari impegni la stesura di questa Prefazione e, senza averlo programmato, mi sono trovato a redigerla oggi, il giorno della solennità dell’annunciazione della beata Vergine Maria.
L’odierna festa non può che dare alla lettura che faccio del libro di Maria Marzolla una prospettiva divina. Una gravidanza ha salvato il mondo!
Il sì della vergine Maria alla Vita nel suo grembo, in circostanze per niente ideali per accettare di essere madre, è il paradigma della grandezza che potenzialmente ogni esperienza di gravidanza e di maternità porta con sé.
L’annunciazione a Maria ci manifesta il bellissimo scandalo: Dio stesso ha avuto bisogno della donna per dire il suo amore in modo carnale. Scrive il biblista Jean Galot: «In Maria, la santità assume un volto femminile, volto senza il quale la santità divina non potrebbe rivelarsi sotto forma umana in tutti i suoi aspetti». A partire dall’annunciazione a Maria, il sì di Dio non lo possiamo più concepire senza il sì dell’umanità pronunciato dalle labbra di una ragazza che ha detto sì a «due occhi in più».
Come Maria che disse il suo sì all’incarnazione, ogni madre, anzi – come ci fa capire l’autrice con immensa delicatezza nel suo testo – ogni madre e ogni padre che si aprono alla vita possono diventare grembo di un miracolo, il miracolo di una vita nuova, di un progetto unico e irrepetibile d’amore che riflette un sogno di Dio pronto per diventare un segno. Che grande mistero!
Parlare di grembo, mi permette di collegare questo incipit non programmato al motivo originario con il quale desideravo introdurre quest’opera. Stavo rileggendo un’opera sul celeberrimo quadro Il ritorno del figlio prodigo di Rembrandt e caddi su un particolare che mi ha stregato.
Sapevo già che il quadro raffigura il Padre misericordioso con tratti materni e paterni. Questi tratti complementari sono chiarissimi nelle due mani che accolgono il figlio: con una mano stringe, con l’altra accarezza; con una mano sostiene, con l’altra consola; con una accoglie, con l’altra ricrea, crea nel figlio un cuore nuovo, una dignità ritrovata, una coscienza filiale.
Ma il particolare che non avevo mai notato – e non a caso l’interpretazione è stata offerta, nel libro che leggevo, da una donna – è che la testa del figliol prodigo somiglia alla testa di un bambino appena nato. La donna, che partecipava a una riflessione di gruppo attorno al quadro di Rembrandt, aveva detto: «Questa è la testa di un bambino appena uscito dal grembo della madre. Guardate, è ancora bagnata e il viso è ancora come quello di un feto».



Il ritorno del figliol prodigo non è solo il ritorno alla casa del Padre, ma è un ritorno al grembo del Padre-Materno! Lì, in quel grembo ha la possibilità di rinascere alla propria dignità filiale.
La nascita è un fatto naturale, ma la nascita e la crescita di un essere umano è speciale,  richiede molto più di un “incubatrice” attrezzata, richiede un grembo tenero. L’essere umano ha bisogno della tenerezza per nascere e rinascere. Il fondamentale motivo della tenerezza non solo è presente nell’opera di Maria Marzolla, ma è l’atmosfera che teneramente, spontaneamente e tenacemente avvolge il lettore invitato a camminare con l’autrice e con il suo sposo nell’esplorazione dei dettagli dello stupendo quadro dell’attesa e della realizzazione della promessa della vita.
L’autrice ha una penna delicata e carismatica che permette alle mamme di fare memoria e agli uomini di entrare nello sguardo di una madre. Senza trascurare minimamente le fatiche, quello che risalta dall’attesa e dall’accoglienza della vita è la bellezza che due occhi in più sono venuti al mondo. «La maternità – scrive Marzolla –è ricchezza, è la fecondità dell’amore. È il più bel viaggio che si possa intraprendere, ma anche il più impervio». E ancora, parlando del tempo della gravidanza: «Di settimane nella vita ce ne sono tante, ma quelle quaranta le ricorderemo per sempre».
Ci sono lacrime, ci sono crisi che colgono la coppia ignara di quanto sia davvero impegnativo accogliere una vita, ma ciò che rimane e premia è la gioia. E Marzolla, tre volte madre, confessa: «Anche se da milioni di anni il miracolo si ripete, quella gioia continua ad essere nuova ed eternamente giovane».


La contemplazione del miracolo naturale accresce spontaneamente per entrare nel miracolo soprannaturale al quale i genitori diventano partecipi: «È il Dio Creatore che ci fa cre-attivi ed in quel preciso istante è come se il Padre ci rendesse co-autori del Grande Dipinto, aggiungendo una tessera al puzzle della Creazione». Le madri e i padri sono i collaboratori di Dio che si fanno strumento vivo e vivificante che trasmette tenerezza a persone che sì, sono nostri figli, ma sono anche e soprattutto figli di Dio, affidati a noi per amarli per lui e, con la sua grazia, come lui.
Fragilità e forza, gioia e fatica, attesa e incontro… tutti questi paradossi fanno capire che il compito della maternità e della paternità è anche una grazia che, per dirla con san Paolo, ci è data «in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7).
Contribuendo alla nascita, rinasciamo anche noi, assolvendo il compito dell’umanizzazione perché, come acutamente puntualizzava Neruda: «Nascere non basta, è per rinascere che siamo nati». E così, vi lascio alla lettura di queste delicate pagine con le parole stesse di Maria Marzolla: «È proprio durante il viaggio che ci si riscopre viaggiatori e così come quando si aspetta e nasce un figlio che si diventa genitori. L’immagine più bella per descrivere la genesi di una mamma e di un papà è quella di un vaso di terracotta sul tornio che con incredibile pazienza e maestria viene forgiato dall’artigiano. All’inizio è un oggetto grezzo, ruvido e crudo che dopo vari passaggi diventa resistente, liscio ed inizia ad essere smaltato e decorato, prima con linee e motivi più semplici e grossolani e poi con tratti più raffinati e definiti. Alla fine splende e contiene, proprio come un genitore».


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Robert Cheaib

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