In vista della festa della mamma e per chi vorrebbe condividere con la propria mamma una storia che aiuta a riflettere, condivido con voi questo estratto dal libro Il nascondiglio della gioia. Parabole sul mestiere di vivere.
*
Nel ventre di una donna incinta un maschietto prese coscienza di sé.
Era buio, quindi non poteva guardarsi attorno, ma a portata di mano aveva proprio la sua mano, quindi iniziò a godersi la appena trovata coscienza ciucciando il proprio dito.
«Chi sei?!», sentì dire all’improvviso da una voce a pochi millimetri dall’orecchio.
«Oh! Mi hai fatto invecchiare di cent’anni!», disse spaventato il maschietto.  E mormorò fra sé: «Cominciamo bene!».
Poi si rivolse con tono deciso in direzione della voce: «La prossima volta preannuncia la tua presenza con un po’ di delicatezza. Grazie!».


«Scusami se ti ho spaventato», rispose mortificata la femminuccia, «è che mi ero appena accorta di essere – ed è una grande scoperta!!! – e subito ti ho trovato accanto a me. Non stavo più nella pelle per la gioia di non essere sola». Tacque per un istante, poi continuò dicendo lentamente con un tono che cercava empatia: «Ecco, tutto qui… Mi sono lasciata trascinare un po’ dall’entusiasmo».
«E tu?... Tu chi sei?», ribatté lui, cercando di togliersi dall’imbarazzo che l’aveva invaso perché si era accorto di non essere capace di rispondere alla prima domanda dell’inquilina.
«Io?», chiese sorpresa lei, non avendo la minima idea di come si debba rispondere a questa domanda. Poi, dopo un attimo di riflessione, abbozzò questa risposta: «Credo di essere simile a te e sono felice di averti accanto».
Incoraggiato da questa risposta empatica, il maschietto iniziò a chiedere alla sorella dettagli per capire se erano effettivamente simili.
La sorella era meno preparata del fratello nell’esplorazione dei dettagli. Di indole era più propensa a soffermarsi a gustare l’atmosfera e a conoscere chi ci abita. Prima, infatti, si era soffermata sulla percezione dell’ambiente che la avvolgeva, scoprendo così che accanto a lei c’era proprio lui.
E lì, in quell’istante, fece quest’affermazione: «Sono tanto felice di navigare qua, nutrita e amata da Mamma».
«Mamma?», ribatté lui stranito, «e cos’è questa nuova teoria ora?».
«Non è una teoria. Non la senti?», chiese la sorella sorpresa e poi soggiunse argomentando: «Da dove pensi che venga il nutrimento, l’ambiente caloroso e protettivo in cui navighiamo? Anzi, da dove pensi che noi siamo venuti?».
«Assurdità! Siamo frutto del caso, di un processo di auto-organizzazione delle nostre cellule», rispose il maschietto con un tono goffamente cattedratico.
«Mamma mia, che paroloni!», ironizzò lei.
Fingendo di essere irritato, riprese lui: «E ci risiamo con questa Mamma! Io non credo nella Mamma! Sono fatto così: se non vedo, io non credo! Mamma nessuno l’ha mai vista, ergo, Mamma non esiste. Mi dispiace».
Con un tono malizioso, tipico di chi sa di avere un argomento che l’altro non potrà ribaltare, disse la femminuccia al fratello: «Da quel che so, tu non mi vedi. Non dirmi che per questo non credi neppure alla mia esistenza?!».


«Mmm… Touché!», disse lui picchiettando col dito sul labbro. Poi, dopo qualche istante di imbarazzo, si schiarì la voce e riprese: «Ihm… Dunque, tu credi nella Mamma? Spiegati meglio!».
«Sì, io credo nella Mamma. In lei viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (cf. At 17,28). La nostra esistenza è prova tangibile della sua. Poi io sento che lei a sua volta ci sente e ci ascolta. Quando ci muoviamo, avverto che si ferma per sentirci meglio e ogni tanto odo la sua voce che canta e qualcosa dentro mi dice che lo fa proprio per noi. Anzi, nei momenti più teneri, sento proprio che con la mano accarezza il nostro mondo».
«L’amica sente le voci! L’amica sente le voci!», canticchiò lui sarcastico.
«Dispettoso», lo interruppe lei. «Non sono voci, è una voce. Anzi, sento il suo respiro e nel respiro il suo desiderio di poterci stringere forte nella nostra nuova vita dopo il parto».
«Vita dopo il parto?», disse lui allungando le parole. «Quante sciocchezze in una sola giornata! Credi pure nella vita dopo il parto?».
La sorella, come se fosse la cosa più evidente, rispose: «Certo che ci credo! Altrimenti, perché mai avere occhi, se qui siamo al buio? Perché avere gambe, se qui lo spazio è troppo stretto per usarle e camminare? Perché avere il naso se qui non ci sono fiori da odorare? E non senti che le nostre voci qua non sono proprio libere? Io, ad esempio, ti sento sempre sott’acqua! Mi auguro che non sia questa la tua vera voce…». Poi concluse il suo intervento dicendo: «La prova di una vita futura è in noi. Ecco la mia conclusione».
«Certo che la fantasia non ti manca! Da quel che io vedo, siamo qua, soli. Sì, lo spazio è stretto, ma dobbiamo abbracciare l’assurdità di quest’esistenza. Naso, occhi, gambe… sono tutti errori di sistema. Eccessi evolutivi. Poi – scusami sai – hai mai visto qualcuno nascere e tornare qui a raccontarcelo? E camminare, eh? Camminare dove? Guarda il cordone ombelicale quanto è corto! Se usciamo da questo luogo, avremo comunque poca autonomia e poca possibilità di manovra. È fuori discussione: la nostra esistenza è iniziata qui, e qui finisce. La nascita è la fine. Punto!».
Il tono del fratello dava l’impressione di uno che volesse ad ogni costo avere ragione. La sorellina non aveva interesse a vincere, ma a incontrare e a ragionare insieme. Allora riprese a dire al fratello con un tono intento a trasmettere la sensazione che sono insieme nella stessa barca: «Ho l’impressione che ti sia un po’ troppo legato alle categorie di questo luogo. Sì, ti confesso, io non ho visto come sarà fuori e quindi la mia mente fatica a immaginare quel che sarà di noi. Ma il mio intuito non può sbagliare. Il mio intuito mi dice che la voce che sento non sono “voci” – e per questo mi devi delle scuse, signorino! – ma la voce di Mamma. Lei ci insegnerà a camminare. Lei ci educherà all’autonomia. Adesso intravediamo come ad occhi chiusi, allora vedremo con occhi spalancati e la conosceremo come siamo conosciuti da lei (cf. 1Cor 13,12). Ecco, per dirtela breve: sono contenta di vivere qua. E ci sto pienamente. Ma sento che c’è una vita più ricca ed ora ci stiamo preparando a viverla».
Non fece in tempo a finire questa frase ed ecco che si sentì una scossa che sembrava quella di un terremoto violento.
La sorella disse al fratello: «Interrompiamo la discussione. Ho paura. Ti prego, stringimi la mano. Ho paura!».
Lui era tentato di punzecchiare: «Profetessa dell’aldilà! Non eri tu che non vedevi l’ora di nascere per vedere Mamma?!». Ma si mangiò le parole. Non solo perché sarebbero state indelicate e inopportune, ma soprattutto perché si era affezionato alla sorellina, nonostante le sue idee… anzi, forse proprio per le sue idee.
L’ironia lasciò lo spazio all’affetto e alla tenerezza. Tacque per qualche istante poi, rassicurante, le strinse la mano e le bisbigliò con infinita tenerezza: «Spero che tu abbia ragione. Sarebbe un peccato se una sorella come te non ci fosse più dopo la nascita!».
«Ti aspetterò», rispose lei commossa e rinfrancata dall’amore del fratello… e fu trascinata fuori.
Gli istanti di lui da solo sembrarono un’eternità. Lo spazio era stretto già prima. Ma ora, senza di lei, era soffocante. Capì che non era bene per lui essere solo (cf. Gen 2,18).
«Perché mi sento così? – si chiese il maschietto – perché?». E iniziò a pensare tra sé: «Se siamo naturalmente prodotti dal caso e destinati al caos del nulla, dovrei sentire questo passaggio come naturale! Perché allora mi sento così? Perché non riesco ad arrendermi al processo di generazione e distruzione naturale delle cose?».
E mentre filosofava e cercava di venire a capo della teoria del tutto, ecco un altro terremoto e anche lui venne risucchiato nel vortice, non del nulla, ma della vita nuova.
Dopo istanti di luce abbagliante e un po’ di freddo iniziale, si trovò lì, sul seno caldo della Mamma… la Mamma!!!
Accanto – e che stupenda sorpresa! – c’era la sorellina. Eccola! La furbetta aveva già imparato a ciucciare latte con la bocca.
Voleva sorriderle. Voleva dirle: «Avevi ragione birichina!».
Ma l’emozione era troppo forte.
Non riuscì a proferire neppure una parola.

Pianse… di gioia…


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Robert Cheaib

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