Discernimento
«Considerate la vostra vocazione», ci insegna san Paolo. Questo invito non riguarda gli stati di vita, ma si estende su tutta la vita, tanto da diventare ben più di un abito, un habitus. Le edizioni Qiqajon raccolgono alcuni testi emblematici sul discernimento di uno dei più grandi maestri spirituali del XX secolo, il monaco André Louf.
«Il discernimento spirituale viene esercitato all’incrocio di varie esperienze essenziali per ogni credente» e Louf mette in luce lo stretto legame tra discernimento e ascolto della parola di Dio. Così era già nell’antichità quando Evagrio Pontico (346-399) raccolse nell’Antirrhetikós (il Contestatore) le parole contestatorie con le quali il monaco deve combattere le tentazioni.
La lectio divina è una lettura della Bibbia tesa verso il discernimento perché orientata all’ascolto di Dio che ci parla attraverso le Scritture. «Un tale discerimento presuppone una disponibilità continua all’evento della parola di Dio, evento che si rinnova incessantemente nel cuore del lettore credente, ma rimane sconosciuto per chi si limita a una semplice esegesi storica».
Oltre alla lettura letterale, la frequentazione della Scrittura implica un continuo esercizio di discernimento spirituale che si rivolge alla vita stessa di chi la legge, illuminandola e permettendo a chi prega la parola di vedere più chiaro nelle proprie situazioni.
«Nella tradizione patristica greca è detto che la Parola rende il lettore dioratikós, letteralmente: “che sa guardare attraverso le cose, che è in grado di discernere”».
Andando nella scuola di san Paolo, Louf evidenzia come per l’apostolo delle genti «la capacità di discernere la volontà di Dio richiede una nuova sensibilità spirituale, precisamente quella che ci è data attraverso l’evento della nostra conversione».


Altro luogo del discernimento è l’obbedienza, spazio di grazia perché radicato nell’obbedienza. La preghiera è un volto verticale di questa obbedienza. La preghiera è «un discernimento in atto, dal momento che consiste essenzialmente nell’abbandonarsi progressivamente alla preghiera dello Spirito in noi ogniqualvolta, a poco a poco, questo affiora alla nostra coscienza».
L’accompagnamento spirituale
Il secondo capitolo dell’opera (composta in tutto da tre capitoli) riguarda l’accompagnamento spirituale. Louf evidenzia come questa prassi preziosa per la vita del cristiano non è frutto di un semplice sapere, ma è una comunicazione di vita. «La vita risveglia la vita. La guida (o padre spirituale) è tale per quello che è, non per quello che sa, e meno che mai per quello che può dire. […] In un apoftegma della tradizione giudaica dei hassidim un discepolo afferma che gli è sufficiente vedere come il suo maestro si allaccia il sandalo, e il messaggio passa!».
Un altro tratto particolare della paternità spirituale è la sua dimensione prettamente relazionale tanto è che si è padri spirituali grazie ai figli: «È il figlio che fa emergere il padre, il discepolo che suscita il maestro, e non il contrario».


Il fine della direzione spirituale è quello di risvegliare, tramite le parole del padre spirituale, il maestro interiore. «L’accompagnatore spirituale deve prestare attenzione al processo interiore, preoccuparsi di individuare le tracce della creatura nuova, della vita nello Spirito, dell’amore profondo che a poco a poco può diventare il principio naturale del mio agire e farmi abbandonare quel dio che per certi versi è un idolo, quel falso dio appostato al fondo del mio essere: una proiezione dei miei bisogni personali e delle mie personali angosce». Il primo di questi dèi è il censore interiore che usurpa il posto del maestro interiore. Il secondo dio da combattere è il dio che è solamente il riflesso della nostra immagine personale.
La formazione all’accompagnamento spirituale
Il terzo capitolo parla della formazione all’accompagnamento spirituale. Louf evidenzia come l’esperienza della paternità spirituale risale al cristianesimo apostolico (in questo cita san Paolo) ed evidenzia come la diffusione antica della parola aramaica abba (in copto apa) sembra suggerire che tale usanza risalga alle comunità cristiane delle origini.
Il fiorire della paternità spirituale nell’antichità contrasta con l’odierna crisi. La paternità non si svolge dispensando consigli e, ancor meno, dettando ordini, ma contribuendo affinché il desiderio di Dio si manifesti nel cuore del figlio, attraverso la sua apertura e attraverso l’ascolto rispettoso del padre».

Louf sottolinea che «se una parola deve essere pronunciata, sarà solo dopo aver a lungo ascoltato, “auscultato” nel senso più forte del termine, tutto quello che si muove e brulica nel cuore della persona che si accompagna. Tale parola deve prima essere colta nel profondo del suo cuore, ancora inespressa, mentre si sta faticosamente facendo strada attraverso una serie di perplessità ed esitazioni perfettamente legittime».
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Robert Cheaib

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