Perché in tutti i tempi ci furono cristiani che accettarono volontariamente la morte per la fede? Questa domanda può e deve veramente inquietare. Eberhard Schockenhoff non lascia questa domanda senza risposta ma vi dedica una riflessione sensibile e attenta nel volume Fermezza e resistenza. La testimonianza di vita dei martiri. Secondo l’a., «il fatto che esistano delle persone che preferiscono sacrificare la loro vita per poter restare fedeli alle loro convinzioni ha in sé qualcosa di consolante, ma al tempo stesso anche di profondamente irritante» (24).
Due accorgimenti sono necessari per fare una riflessione più precisa sul martirio:
- sottrarre i martiri «dalla sfera puramente edificante e leggendaria e vederli per quello che essi volevano essere nella loro vita, alla quale furono attaccati, come ogni essere umano, con tutte le fibre della loro esistenza» (9);
- ripulire l’idea di martirio dall’inquinamento avvenuto a causa di un terrorismo che chiama martirio il procurarsi la morte procurandola agli altri.



Superati questi due modelli elusivi del vero senso del martirio, ci troviamo davanti a figure impegnative, persone che «agiscono come ammonitori scomodi, perché si pongono di traverso a tutte le tendenze di minimizzazione che svuotano e svalorizzano lo scandalo della croce su cui si fonda il cristianesimo» (21).
I martiri, amando la loro vita e considerandola come un grande valore, si trovano dinanzi alla grande scelta di misurarsi con la coscienza, eco della voce di Dio. Uno dei tanti esempi riportati dall’a. è quello di Nikolaus Gross, uno dei partecipanti all’attentato del 20 luglio 1944. Padre di sette figli, confessò la sera prima della progettata congiura: «Se oggi noi non mettiamo a repentaglio la nostra vita, come possiamo poi presentarci a Dio e al nostro popolo?».
Giovanni Paolo II ci ha ricordato che il XX secolo è stato il secolo dei martiri, un secolo in cui sono morti più cristiani per la loro fede di quanto ne siano stati martirizzati in 19 secoli. La chiesa in generale, e la chiesa cattolica in particolare, si conferma come «chiesa di martiri».

Chi è il martire allora?

«Un martire non è un virtuoso che eroicamente disprezza la morte, ma una persona debole nella quale si manifesta l’azione della grazia di Dio» (33). In Cristo si manifesta il volto del primo martire. Prima di Stefano lui è il protomartire. Il martirio, allora, diventa un’imitazione di Cristo. I martiri – per usare termini paolini – sono «imitatori di Dio e imitatori di Cristo».
I martiri imitano Cristo non solo nella testimonianza dell’amore, ma anche nello sperimentare la debolezza e l’eclissi di Dio nella storia. Un esempio è quello di padre Alfred Delp. Testimonia così un’agonia simile a quella di Cristo: «Una notte, era poco dopo il 15 agosto, ero quasi disperato. Venni riportato in cella la sera tardi, dopo essere stato brutalmente bastonato. Gli uomini delle SS che mi accompagnarono mi lasciarono dicendo: “Così questa notte non riuscirà a dormire. Pregherà e nessun Dio e nessun angelo verrà a liberarlo. Noi invece dormiamo bene e domani presto riprenderemo a bastonare”».
Fermezza e resistenza
Fermezza e resistenza
Eberhard Schockenhoff

Delp scriverà: «Penso a come ho combattuto tutta la notte col Signore Dio e nel pianto gli ho presentato semplicemente la mia pena. E solo verso la mattina sono stato preso da una grande tranquillità, da un senso beatificante di calore e luce e forza al tempo stesso, accompagnato dalla conoscenza che dovevo resistere, e benedetto dalla certezza che avrei resistito».

Cosa fa la grandezza di un martire?

La morte in sé non ha niente di meritorio. La grandezza del martire viene da altro: «Fin dall’inizio la teologia cristiana del martirio si attenne al fatto che non la morte come tale rende martire il martire, ma solamente la testimonianza dell’amore che si mostra nella disponibilità ad accettare volontariamente la morte» (122).
La convinzione che è l’amore e non la morte o il dolore a qualificare il martirio è ben espressa da Agostino: Christi martyrem non facit pena, sed causa. Un vero martire è colui nel quale è premiata la carità. Non è la sofferenza che conta, ma il perché e il come si soffre.
Padre Alfred Delp maturerà questa convinzione che qualificherà il suo martirio: «Una persona è grande quanto il suo amore».
Considerando i martiri del XX secolo, specie quelli morti sotto il nazismo, l’a. mostrerà lo spostamento del baricentro del martirio. Esso si muove sempre più dall’ambito religioso verso quello etico-sociale dell’impegno per la pace e la giustizia. Questo trend prosegue nel XXI secolo.

L'ecumenismo dei martiri


Schockenhoff vede nel martirio un vincolo ecumenico: l’una sancta in vinculis, un’unità ecumenica nell’impegno per l’uomo. In questo si trova d’accordo con Giovanni Paolo II che ha invitato a stilare un «martirologio comune» delle chiese cristiane, scrivendo nella Lettera enciclica Ut unum sint: «La testimonianza coraggiosa di tanti martiri del nostro secolo, appartenenti anche ad altre Chiese e Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica, infonde nuova forza all'appello conciliare e ci richiama l'obbligo di accogliere e mettere in pratica la sua esortazione. Questi nostri fratelli e sorelle, accomunati nell'offerta generosa della loro vita per il Regno di Dio, sono la prova più significativa che ogni elemento di divisione può essere trasceso e superato nel dono totale di sé alla causa del Vangelo».
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Robert Cheaib

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