La seguente storia è tratta dal libro Il nascondiglio della gioia. Parabole sul mestiere di vivere, Tau Editrice 2018. 


Un ateo, terribilmente polemico, arrivò un giorno nel pacifico eremo del monaco Teoforo.
«Ti dimostrerò che Dio non esiste. Voglio dibattere con te in pubblico, davanti a tutti! Voglio che la gente capisca, una volta per tutte, che Dio non esiste!», così interruppe l’ateo feroce il silenzio orante del monaco che pregava lavorando e lavorava pregando, passando così la sua giornata in un angelico silenzio tra la sua umile cappellina e il suo generoso orto che curava, ma di cui mangiava solo le erbe amare, dando tutto il resto in beneficienza ai poveri del paese.
La gratuita aggressività dell’ateo fu assorbita e pacificata dal silente sorriso dell’eremita che guardò l’ateo con una tenerezza materna e paterna al contempo.
Dopo istanti di silenzio, il monaco disse: «Sono un uomo che cerca la pace e non amo la polemica. Ma non voglio dirti di no. Parliamo figliolo».
«No! No! – interruppe duro l’ateo volendo “esorcizzare” la pace che il monaco emanava – ci vediamo domenica! In pubblico! Ci vediamo a mezzogiorno, dopo la messa parrocchiale, cosicché tutti capiscano che hanno appena perso un’altra ora della loro vita dietro al nulla».
«Va bene figlio! A domenica!».
Tornati in città, l’ateo e i suoi assistenti cominciarono da subito a pubblicizzare il dibattito. Arrivato il giorno prefissato, già due ore prima dell’evento, l’ateo prese il suo posto sul pulpito, pronto a sbranare l’avversario con gli argomenti. Mentre aspettava, si mise ad invitare chi entrava in chiesa a fermarsi per assistere allo spettacolo della morte di Dio. Non a una morte e risurrezione, come predica la loro fede. Ma alla sua morte definitiva.
Suonò la campana di mezzogiorno ma del monaco neppure l’ombra. L’ateo sorrise e diventò sempre più sicuro di sé.
Passò un quarto d’ora e gli venne la voglia di fare una battuta: «Che Dio non esiste lo so. Ma adesso inizia anche a venirmi il dubbio sull’esistenza del vostro eremita».
Dopo un altro lungo quarto d’ora, mentre l’ateo si stava apprestando a prendere la parola per tirare le sue conclusioni dall’assenza del monaco, apparve nella distanza in controluce la silhouette di Teoforo che camminava a passo celere per recuperare il ritardo accumulato.


«Eccolo! Quasi quasi pensavo ti fossi ritirato dalla disputa per paura».
«Scusatemi se vi ho fatto attendere», disse Teoforo, aggirando la testa sorridendo con la volontà di salutare tutti i presenti.
«E scusami anche tu figliolo», disse all’ateo avvicinandosi al palco, «ma, venendo, uno spettacolo unico mi ha distratto e ho perso la concezione del tempo».
«Tutte scuse! Cosa mai è successo di così interessante da farti distrarre dal nostro duello?», chiese l’ateo.
«Mi stavo accingendo ad attraversare il fiume ed ecco che davanti a me, in un punto nell’aria, appare improvvisamente dal nulla un seme. Guardo bene ed ecco che il seme inizia a fiorire e non tarda a diventare un albero. Poi ecco che l’albero, con la frizione con l’aria, inizia a tagliarsi i rami e a formare pian piano quello che poi è diventato una bella barca a vela…».
Si fermò un istante e proseguì: «Mi capirai! Davanti a una scena che non capita tutti i giorni, non potevo che perdere la concezione del tempo!».
«Ma sei matto!», rispose l’ateo con gli occhi sgranati. «Un seme dal nulla? Un seme non può venire dal nulla! E poi, una barca a vela che si forma da sé?! Come puoi anche pensare che io possa credere a una storia così?».
Senza scomporsi minimamente, il monaco riprese: «“Un seme non viene dal nulla”. Hai detto benissimo. E tu vuoi farmi credere che, non un minuscolo seme, ma tutto questo universo sia frutto del nulla?».
L’ateo balbettò un «ma… però…», ma non trovava altre parole e il monaco riprese: «Tu non puoi credere a una barca a vela che si forma da sé e vuoi farmi credere che tutto questo complesso e ricco universo si sia auto-generato?».
Poi estrasse dal suo taschino un orologio e, voltandosi verso il popolo, chiese: «Il nostro fratello dice che l’universo è frutto del caso. Noi diciamo che il “caso è cieco”. Ebbene, fratelli, se vi dicessi che questo orologio è stato costruito da un orologiaio cieco, cosa direste?».
«Impossibile», rispose un signore che era in piedi in prossimità del palco.
«Direi che sei matto», replicò un ragazzo, continuando a guardare il monaco in attesa che continuasse la sua riflessione.
«E perché mai diciamo che è impossibile? Perché fratelli? Non è forse per la complessità costruttiva che non può essere frutto di un arrangiamento casuale e cieco? Ebbene, questo universo è molto più complesso e molto più mirabile di un orologio. Dietro a questo universo non c’è un orologiaio cieco, ma un Padre. Un Padre che creò guardando alla creazione e dicendo che è cosa bella e buona. Un Padre che guardò all’uomo e alla donna e disse: è una cosa molto bella. Questo sguardo d’amore è posato su di noi anche oggi. Il Padre ci guarda, guardiamolo anche noi nello specchio della creazione!».
Le parole del monaco illuminarono le intelligenze e riscaldarono i cuori. E mentre il popolo si stava accingendo ad applaudire la fine di un dibattito durato poco, il monaco alzò la mano, non volendo che dall’incontro uscissero vinti o sconfitti, e disse: «Non ci siano vincitori o sconfitti, oggi, ma solo fratelli che riconoscano di essere figli e non orfani».

Disse questo e si guardò intorno e intonò un canto di lode filiale: «I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento…».


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Robert Cheaib

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