Premessa
Per non poco tempo, nei due secoli precedenti, l’interpretazione patristica della Scrittura è stata violentemente screditata da certa esegesi considerandola troppo allegorizzante e troppo spiritualizzante. Con questa scelta – che non ha mancato di immaturità e di impulsività – l’interpretazione della Scrittura aveva perso una grande ricchezza storica ed esistenziale. I Padri –  come ricorda Dean O. Wenthe nella sua Introduzione al volume 11 di LA BIBBIA COMMENTATA DAI PADRI che raccoglie i commenti su Geremia e Lamentazioni, tradotto dall’inglese in italiano da Città Nuova Editrice – al di là delle loro iniziative esegetiche e intellettuali, rimangono pastori. «Il loro uso delle Sacre scritture non si riduceva a una discussione accademica astratta, ma affrontava questioni pastorali concrete collegate alla crescita della Chiesa. Per questo motivo il loro uso dell’Antico e del Nuovo Testamento è una risposta ai bisogni della Chiesa».
Questo approccio, colto nel suo contesto e liberato dai pregiudizi di un aggressivo metodo diacronico che non coglie la natura del testo nella sua dimensione ispirata, può essere una vera ricchezza in un tempo in cui la Chiesa riscopre sempre più la ricchezza della parola di Dio nelle Scritture Sacre per la sua vita spirituale (per gli individui e per le comunità).
Il volume in questione, dedicato a Geremia e Lamentazioni, è un volume speciale perché dedicato a uno dei profeti più vicino alla contemporaneità per la sua spiritualità tormentata e per il suo rapporto combattuto con il Signore.
Il ministero di Geremia abbraccia il tumultuoso periodo che inizia con un barlume di speranza dopo la riforma di Giosia (622 a.C.) e finisce tragicamente con un’apostasia generalizzata e con la caduta di Gerusalemme nel 586 a.C. Una fase, quindi, tormentata per la fede di Israele. Una fase che può parlare fortemente alla nostra epoca impaurita da un’eclissi di Dio e da una specie di caduta libera del cristianesimo, almeno nel “vecchio continente”.
La chiamata di Dio
Probabilmente, tra i testi più noti di Geremia sono quelli della sua vocazione: Mi fu rivolta questa parola del Signore:
«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni».
Risposi: «Ahimè, Signore Dio!
Ecco, io non so parlare, perché sono giovane».
Ma il Signore mi disse: «Non dire: «Sono giovane».
Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò
e dirai tutto quello che io ti ordinerò.
Non aver paura di fronte a loro,
perché io sono con te per proteggerti».


Di essa scrive Teodoreto nel suo commento su Geremia: «Geremia imita la timidezza di Mosè dicendo che la giovinezza non è capace di profezia. Tuttavia, il Signore gli richiede di non prendere a pretesto la sua giovane età, ma di fare ciò che gli viene detto» (Su Geremia 1, 1).
Riflettendo su Mosè e Geremia, Gregorio di Nazianzo parla della concomitanza di fuga e risposta alla chiamata di Dio, e invita il credente dicendo: «Allontanati perché ti mancano le forze; avvicinati perché è la potenza di Dio che ti chiama» (Discorso 1. Sulla Pasqua 1).
Con grande delicatezza, Giovanni Crisostomo evidenzia la libertà presente nella chiamata di Dio. La chiamata di Dio non incatena, ma libera: «I profeti avevano facoltà di parlare o di tacere. Non erano costretti dalla necessità ma onorati con un privilegio. Per questo motivo Giona è fuggito, per questo motivo Ezechiele rimandò e per questo motivo Geremia si scusò. E Dio non li guida soltanto costringendoli, ma consigliando, esortando, minacciando. Non oscura le loro menti, perché distrarre, far impazzire e obnubilare sono attività demoniache. Dio agisce illuminando e insegnando ciò che è necessario» (Commento alla I Corinzi 29, 2-3).
Tertulliano parte dal testo per parlare contro l’aborto e per la sacralità della vita: «… la legge di Mosè punisce giustamente colui che provoca un aborto (cf. Es 21,22-25), poiché ormai esiste un essere umano, sia pure come abbozzo, soggetto alla vita e alla morte, poiché può subire entrambe, sebbene, poiché sta ancora nel grembo, in quasi tutto condivida la condizione della madre» (Sull’anima 37).


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Robert Cheaib

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