Chi ha subìto la morte di una persona cara legge questo vangelo come un'interrogazione piuttosto che come una risposta. Perché il figlio della vedova sì e la persona a me care, un padre, una madre, un figlio o una figlia, no? È difficile rispondere a queste domande. Non solo oggi. Anche ai tempi di Gesù. Non tutti i malati sono stati guariti, non tutti i morti sono stati risuscitati. E forse con un po' di ascolto orante, l'interrogazione diventa pian piano un interrogativo, e l'interrogativo fa spazio a una risposta, una risposta che - sia ben chiaro - non toglie il dolore dell'assenza, ma apre uno spiraglio da cui trapela la Presenza, e una nuova qualità di presenza dei nostri cari: I miracoli di Gesù sono segni. Mostrano che Dio è vicino. Anticipano quello che sarà. Anche se non risuscitano tutti i morti, possono risuscitare il nostro desiderio di quella Patria dove Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi... Vieni Signore Gesù.

Lc 7,11-17

In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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