In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».
Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».

Mi 6,1-4.6-8   Sal 49   Mt 12,38-42


A volte chiediamo segni a Dio semplicemente perché vogliamo procrastinare, vogliamo rimandare il nostro sì. Ci sono, però, cose che si capiscono solo quando diventano parte della nostra vita. È il caso dell’amore, dell’amicizia, del perdono, della preghiera… insomma, di tutte le cose che contano. I segni di Dio li capiamo quando permettiamo a Dio di segnarci, di lasciare un segno indelebile nella nostra esistenza. Giona ha capito la parola profetica quando ha condiviso il pathos di Dio. Lì è diventato un segno credibile. E i niniviti hanno colto il segno perché hanno accolto l’invito alla conversione. La fede si sa quando si fa.
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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