In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
At 15,1-6   Sal 121   Gv 15,1-8

Apparentemente, un ramo secco non fa male a nessuno. Sta lì, punto… ma appunto perché sta lì soltanto senza portare frutto, blocca la linfa vitale che vorrebbe dare frutto e testimoniare la gloria del Dio vivo. Nella nostra vita, certe prassi e abitudini, anche tra le più nobili e “spirituali”, possono assumere uno status di inerzia e innocuità. È lì che dobbiamo sempre desiderare che il Signore intervenga spudoratamente, perché l’inerzia e la mediocrità anestetizzano, spengono l’anelito di vita. La mano che pota diventa allora la testimonianza della fedeltà di Dio che ci risveglia alla grandezza del nostro Desiderio. Donami Signore di accogliere le tue potature con lo stesso amore con cui le effettui. Fa’ che dietro ogni strumento di potatura io veda le tue buone mani e il tuo cuore sovrabbondante d’amore, per me.
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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