Ciao Robert
mi chiedo spesso il significato della croce, ma per quanto mi sforzi non riesco a darmi una risposta.. io la violenza non la concepisco e non capisco perché Cristo abbia scelto di subire tutta quella violenza fino alla morte in croce. Ci sono tanti modi per soffrire, perché ha voluto donarsi al mondo subendo tutta quella violenza? Sembra quasi che tutta quella brutalità sia giustificata perché era nei piani di Dio.. io vorrei tanto capire il perché!!
Luigi
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Premessa
Caro Luigi,
La tua domanda è di cruciale importanza perché tocca il cuore della nostra fede, il mistero pasquale, nel suo aspetto più scomodo: la sofferenza e la morte di Cristo. Permettimi di esprimere il mio apprezzamento per il semplice fatto che hai posto questa domanda, così evidente ma così poco posta. Mi sorprendo spesso infatti a trovare studenti ai corsi di cristologia che non si sono mai posti queste domande!
Ci sono saggi ricchissimi su questo tema che vertono sui vari aspetti biblici, storico-teologici, simbolici, antropologici, storici, ecc. Analizzare a fondo tutte le correnti già presenti nella Scrittura e tutte le sfumature sarebbe semplicemente impossibile entro i limiti di una breve riflessione, per questo la mia risposta al volo verterà su due aspetti che inquadro in due domande succinte: Cristo ha scelto la croce? Cristo ha scelto la violenza?
Cristo ha scelto la croce?
C’è chi formula la domanda in un modo atroce: Perché il Padre ha voluto questa morte crudele per il Figlio? In genere rispondo con ironia: Guarda che se non ci fossero le persone che decisero di crocifiggere Gesù, il Padre non sarebbe sceso per inchiodare il Figlio! Con questa provocazione invito a considerare l’aspetto storico-politico che accompagna la vicenda di Gesù e che deve necessariamente accompagnare qualsiasi riflessione teologica. Il senso teologico (di fede) non prescinde dal senso storico. Scindere i due significa fraintendere entrambi.
Ora, per rispondere senza provocare ti dico: Cristo non ha scelto primariamente la croce, come il Padre non ha scelto primariamente la croce. Cosa hanno scelto? Hanno scelto la donazione e la consegna totale all’uomo, all’umanità. Questa donazione è legata alla creazione: Dio crea per amore e proprio per amore ri-crea, redime.
Il lessico biblico privilegiato per esprime la donazione non è la passione dolorosa, ma la consegna (tradere – paradidonai) amorosa:
-        Il Figlio è consegnato – nel passivo divino – per amore e per la salvezza del mondo (Un versetto esemplificativo è Gv 3,16: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»).
-        Il Figlio si consegna liberamente rimanendo veramente colui che agisce e che realizza la parádosis, fino all’ultima consegna dell’uomo-Gesù: «Padre nelle tue mani consegni il mio spirito» (Lc 23,46).
-        Le «consegne» del traditore Giuda, dei giudei, dei romani, di Pilato, di Erode… sono «terze» rispetto alla consegna che il Padre e il Figlio effettuano.
Il senso della consegna è l’amore folle di Dio per l’uomo. L’ha colto e ne è rimasto folgorato Paolo di Tarso: «Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).
In breve, la croce non è scelta per sé, ma è accettata dall’amore di Dio e dal Dio-Amore che non torna indietro davanti al rifiuto. Cristo si consegna, senza condizioni, senza ripensamenti, neppure quelli più motivati come l’odio, l’ingratitudine, l’incomprensione, il rifiuto espressi nella croce.
Cristo ha scelto la violenza?
Già quanto detto finora dovrebbe dare sufficiente materiale per rispondere di no. Ma vorrei aggiungere qualche altro elemento. Lo faccio rammentando la vicenda di un grande antropologo francese, René Girard il quale si convertì al cristianesimo constatando che il Vangelo è antropologicamente diverso da ogni altra scrittura. L’autore aveva notato, infatti, che la violenza è «il cuore e l’anima segreta del sacro». I sacri-fici sono il modo consueto delle popolazioni per “farsi sacre” per consacrarsi e entrare in comunione con la dimensione divina e sacrale. È violenza che richiama violenza.
Girard nota, però, che nel Vangelo c’è la dinamica dell’uscita dalla violenza. Gesù spezza il binomio vizioso di violenza-sacro accettando volontariamente di diventare vittima innocente. Con la sua accettazione spegne l’eco della violenza. Si consacra non facendo vittime, ma divenendo egli stesso vittima. Non mette i proprio peccati sulle spalle di altri, ma libera gli altri dalle loro colpe con la sua innocenza e amore portando «i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce» (1Pt 2,24).
Cristo non ha voluto la violenza, Cristo la spenta con la sua mitezza. Accettando, non ha placato un Dio assetato di sangue, ma ha disarmato gli uomini che volevano il suo sangue su di loro e sui loro figli. Quel sangue che li rendeva colpevoli è stato per loro motivo di salvezza perché è stato versato per amore di loro, loro che lo odiavano! «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Dio non vuole la violenza, ma la pace e per questo ci dona Cristo, «nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l'inimicizia, per mezzo della sua carne» (Ef 2,14). 



Invito ad approfondire la riflessione sul senso della passione con questo estratto.
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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