In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Eb 12,18-19.21-24   Sal 47   Mc 6,7-13


Due tratti distintivi caratterizzano chi è chiamato ad annunciare il Vangelo: la comunione fraterna e l’affidamento alla Provvidenza. Della prima, la comunione fraterna, Gesù dirà che è motivo di fede. Pregando per i suoi discepoli, chiederà al Padre chi i suoi «siano uno, affinché il mondo creda» (Gv 17). Il nucleo della questione è questo: Noi siamo chiamati ad annunciare l’amore di Dio che si traduce anche in amore tra di noi. Ora la prima verifica della nostra testimonianza non è l’eloquenza della nostra parola, ma lo splendore della nostra vita. La prova empirica della Bellezza che annunciamo è il nostro affidamento. Questo si manifesta nel distacco dal superfluo per abbracciare l’Essenziale e nella concordia tra di noi che esprime una dimensione divina: la comunione d’amore del Dio uni-trino. 
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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