Salve Robert,  
ho letto questo suo commento:
"...Proprio ieri il predicatore del casa pontificia affermava che

Una delle cause, forse la principale, dell’alienazione dell’uomo moderno dalla religione e dalla fede è l’immagine distorta che esso ha di Dio. Questa è anche la causa di un cristianesimo spento, senza slancio e senza gioia, vissuto più come dovere che come dono. Penso a come era la grandiosa immagine di Dio Padre nella Cappella Sistina quando la vidi la prima volta, tutta ricoperta da una patina oscura, e come è ora, dopo il restauro, con i colori vivaci e i contorni nitidi con cui era uscita dal pennello di Michelangelo. Un restauro più urgente dell’immagine di Dio Padre deve avvenire nel cuore degli uomini, compresi noi credenti’.

È il Vangelo letto e pregato senza paraocchi che esorcizza ed evangelizza la nostra immagine di Dio. Le incrostazioni del tempo e della nostra educazione sono difficili da rimuovere, ma nulla è impossibile a Dio ... Già percepire che qualcosa è storto è una liberazione."

Volevo chiederle cosa si può fare concretamente per ‘restaurare’ un immagine di Dio distorta?

Il desiderio spesso non basta perché come ho letto è difficile rimuovere le incrostazioni della nostra educazione e del tempo. Ho letto anche che lei ha scritto un libro su questo argomento se non ho capito male. Magari leggerlo potrebbe aiutarmi a tal proposito.

*

Cara D.,
mi scuso per aver ritardato così tanto a rispondere alla sua lettera. Lei mi fa una delle domande più care perché la ritengo tra le quelle più urgenti e cruciali nell’esperienza credente (e di non-credenza!). Già temo che la mia risposta al volo, non sarà della brevità che mi ero imposto per questo genere di risposte…
Ma questa volta possiamo fare un’eccezione, perché l’argomento merita tutta l’attenzione, giacché tante persone perdono la fede perché nella loro mente si costruiscono un’immagine così distorta di Dio da renderlo indegno di vivere nelle loro menti e nella loro vita.
Mi ricordo di un testo scritto da Juan Arias negli anni sessanta. Credo che il testo si intitolasse “Non credo in questo Dio”. L’autore cerca di condensare in quel testo tutto quello che non credeva. Ad esempio scrive:
Il Dio che «sorprenda» l'uomo in un peccato di debolezza.
Il Dio che condanni la materia.
Il Dio che ami il dolore.
Il Dio incapace di innamorare l’uomo
La lunga lista di anti-attributi di Dio finisce con questa frase: “Sì, il mio Dio è l'altro Dio”.
La cosa simpatica è che dopo un po’ di tempo ricevette una lettera da una coppia che si professava atea in cui gli confidavano che pur non credendo, se dovessero credere in un Dio, il loro Dio sarebbe “l’altro Dio”.
[troverà sul sito lo scritto di Arias su questo link che sarà attivo a partire da mercoledì]


Ecco, le risponderò con due lettere: una oggi e l’altra, con l'aiuto del Signore, domani. E gli argomenti saranno:

- Dove nasce il rifiuto di Dio?
- Come guarire un’immagine distorta di Dio?

Gli ostacoli del cuore: La genesi del rifiuto di Dio

Parto spiegandole perché l’argomento mi è caro. Quando stavo studiando filosofia, ero un virgulto entusiasta e ho voluto condividere i risultati dello studio delle cinque vie filosofiche di san Tommaso d’Aquino per mostrare l’esistenza di Dio a un’amica atea. Mi ricordo che pur avendo potuto “vincere” dialetticamente, non sono riuscito a “con-vincere” la mia amica a diventare credente. Lì ho capito che la limpidezza dell’argomento che piega la mente non è sufficiente per conquistare il cuore.  Quest’esperienza l’ho portata nel cuore fino al mio dottorato (quindi per ben 12 anni!!). L’argomento mi era diventato caro perché volevo capire come mai, pur capendo una realtà, le persone non necessariamente la accolgano.
Per questo – e a proposito della sua richiesta se abbia scritto qualcosa in merito – ho dedicato un terzo della mia tesi di dottorato, Itinerarium cordis in Deum (Cammino del cuore in Dio), al pensiero e all’esperienza di un uomo che ha trattato a fondo questo argomento, John Henry Newman. L’altro libro, Un Dio umano, è stato scritto avendo a cuore l’esperienza di una persona che desiderava il Signore, ma si rifiutava di aprirsi a Lui per ferite accumulate e per un’immagine molto distorta di Dio e della Chiesa.
Ma torniamo a Newman.
Egli aveva diversi amici non credenti, agnostici, positivisti, empiristi… ma quello che l’ha fatto più penare è stato suo fratello Charles Robert. Quest’ultimo, dopo l’umiliazione subita dalla famiglia in seguito alla morte del padre bancario, si è allontanato dalla fede. John Henry ha intrattenuto con lui un carteggio intermittente dal 1823 al 1830. Durante quel periodo, lo scambio di lettere ha permesso a Newman di constatare alcune costanti.
Scrive in una lettera al fratello: «Non sei in uno stato mentale aperto a un ragionamento di nessun tipo. Ho osservato a lungo e con dolore gli effetti che ebbero su di te la prova, il disappunto e le mortificazioni continue». Le scosse e le mortificazioni che subì dopo il fallimento e la morte del padre avevano turbato la sua immaginazione e offuscato la sua apertura a Dio.
Newman spiegherà al fratello che mentre questi spostava i suoi argomenti consci contro Dio al livello intellettuale e razionale, in realtà ciò che lavorava inconsciamente e nel subconscio il suo tormento anti-fede era un’emotività ferita, un senso complesso e complessivo che esulava dagli argomenti. Ne era prova che per ogni argomento confutato ne spuntavano due.
La conclusioni di Newman sono molto importanti. Ne elenco un paio:
- il rigetto della fede è «causato da un difetto del cuore non dell’intelletto».
- l’antipatia o la simpatia verso la fede sussistono in una dimensione che è fuori della portata degli argomenti.
- le verità di Dio vivono nella nostra immaginazione. In che senso? Nel senso che per relazionarci a Dio, comunque ci facciamo un’immagine intima (d’altronde, lo facciamo con ogni persona a cui ci rapportiamo. Tant’è vero che quando qualcuno/qualcosa ci sorprende o ci delude diciamo: non immaginavo che fosse così). L’immaginazione non è la fantasia fantasiosa. È quella dimensione di ragionevolezza implicita con la quale ci rapportiamo alle cose anche quando non ci mettiamo a tavolino a riflettere esplicitamente. In breve, l’immaginazione è «l’intera capacità di percezione umana» (Michael Paul Gallagher).
- è grazie all’immaginazione che la fede si realizza, ovvero, smette di essere astratta e diventa reale, concreta, personale.
Da qui l’importanza di “battezzare l’immaginazione”, come mi piace metterla, e di guarire le nostre immagini distorte.

A questo dedicheremo la seconda parte di questa risposta al volo: come posso guarire un’immagine distorta di Dio? 
A domani!
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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