Parlavo di recente con un monaco esperto di spiritualità monastica e si osservava come nelle pratiche monastiche dell'antichità cristiana l'ascesi aveva un volto gioioso estraneo a una tendenza più di mortificazione per la mortificazione diffusasi con la devotio moderna. Questo vangelo mi ha fatto pensare a questo passaggio dalla gioia al moralismo. Per i discepoli di Giovanni e per i farisei, le pratiche ascetiche sono più concentrate sull'uomo, sulla sua pretesa di accumulare meriti al cospetto di Dio. Gesù orienta gli occhi al Dio, allo Sposo, presente. Anche con noi lo Sposo è presente. Non digiuniamo allora? Sì, ma con un altro Spirito. Digiuniamo perché abbiamo fame e sete di lui, digiuniamo per amore e non per moralismo. E sia che mangiamo o beviamo, sia che digiuniamo, viviamo tutto in relazione stretta allo Sposo.
#pregolaParola
(Mt 9,14-17)
Allora gli si avvicinarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano».
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Robert Cheaib

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