«Figlio del falegname». Dalle fonti talmudiche sappiamo che tale titolo ha continuato ad accompagnare la coscienza giudaica dei primi due secoli cristiani, come titolo di disprezzo per Gesù. Come può Dio fare un lavoro così umile? Il disprezzo rivela non solo la loro idea di Dio, ma anche la loro idea di lavoro e di dignità. Gesù manifesta che sia lui sia il Padre lavorano (cf. Gv 5,17). Manifesta che la grandezza di Dio non è l'ozio divino, ma la sua premura, il suo amore. E manifesta così la vera dignità del lavoro umano. Non sono le qualifiche che rendono un lavoro dignitoso, ma la qualità. E più uno si dona nel suo lavoro più il suo lavoro è degno di sé e degno di Dio, perché il lavoro di Dio è l'autodonazione totale.
(Mt 13,54-58)
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
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Robert Cheaib

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