di Simone Bruno

[...] Partiamo da un duplice interrogativo: che cos’è la famiglia? Come possiamo definirla? Le risposte non sono affatto scontate, soprattutto oggi. Fra le tante presenti nella letteratura scientifica e divulgativa, la descrizione più semplice è che la famiglia dice «chi sono io». E lo dice non in qualsiasi modo ma in quello che le è proprio. Essa, per intenderci, è la base dell’identità e dell’autostima di ciascuno/a, struttura l’esistenza, plasma i legami, inserisce nei circuiti della comunicazione emotiva, affettiva e interpersonale e favorisce l’accesso all’ambiente sociale. Affetto, amore, empatia e pro-socialità, rispetto, etica e senso della giustizia e fedeltà s’incominciano a sperimentare e si sviluppano all’interno della famiglia.
Si potrebbe subito obiettare: ma anche altri gruppi sociali (come, per esempio, la scuola o le associazioni) provvedono a soddisfare questi compiti di sviluppo! Sì, ma non nel modo in cui ciò accade in famiglia, che rappresenta un unicum fatto di relazioni con i genitori, con i fratelli e le sorelle, e con la costellazione della famiglia allargata (composta dai nonni, gli zii, i cugini, ecc.). Si tratta di una modalità molto diversa (per natura e non per cultura) rispetto a qualsiasi altro rapporto affettivo o di altra natura (“diverso” vuol dire che è “unico”, non che è migliore o peggiore di altri). Quando diciamo che la famiglia è la cellula fondamentale della società dalla quale non si può prescindere, intendiamo dire, in prima istanza, che il modo in cui in famiglia, e non altrove, avviene la formazione dell’identità delle persone, è imprescindibile per il buon funzionamento della società, senza il quale essa stessa sarebbe infiacchita e che da se stessa non potrebbe procurarsi. Per questo affermiamo che è la famiglia a generare la società, che la società non può non riconoscere che è preceduta dalla famiglia e, quindi, non può che promuoverla e difenderla. In caso contrario, la società non difenderebbe e non promuoverebbe se stessa. Nessuno può chiedere alla società che essa abbia a promuovere il suo infiacchimento (o decadimento?), per di più chiedendole i mezzi per farlo.
In forza di questa non omologabilità della famiglia ad altre forme, seppure anch’esse predisposte all’identità delle persone, «essa può rivendicare diritti diversi nei confronti della società, tra cui protezione e aiuti che ad altre forme di relazione tra i sessi non vengono date. Non si tratta in questo caso di discriminazione, di sessismo o di pregiudizi di natura religiosa o di altro tipo, ma solo di presa di coscienza realistica del ruolo diverso della famiglia rispetto ad altri rapporti tra le persone. A ruoli diversi, competono diritti diversi. Ciò non lede il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini nei confronti della legge, bensì è affermazione del vero senso dell’uguaglianza che non è tanto l’egualitarismo che nega la diversità, ma il riconoscimento che a realtà diverse competono diritti diversi. In caso contrario si sarebbe davvero ingiusti. La diversità nei diritti non ha nulla a che vedere con ingiustizie o discriminazioni, è solo riconoscere la realtà. È logico che sia sostenuto di più chi contribuisce di più al bene comune della società».
Ma dov’è lo specifico della famiglia nel dire «chi sono io»? Quale opportunità specifica offre? Una risposta la troviamo nel concetto di differenza. La differenza è la fonte stessa dell’esistenza dell’essere umano. Senza imparare la differenza, «chi sono io?» non ha risposta. La risposta «sono come gli altri» non basta, non è sufficiente. Qualunque tipo di maturità si gioca nella differenza e non nell’uguaglianza. Se non ci fosse la differenza, l’io non respirerebbe più e di conseguenza non ci sarebbe storia, cultura e società. Se una persona sta in piedi non è perché è uguale agli altri ma perché ha trovato un suo equilibrio interno, cioè ha aumentato la sua differenziazione.

Se le basta essere come gli altri, va in confusione.
[...]



La nudità amorosa presenta aspetti abbastanza problematici. Il primo che balza agli occhi è, senza ombra di dubbio, la persistente fragilità delle relazioni di coppia. Una fragilità che non si osserva soltanto attraverso le rilevazioni statistiche, quanto piuttosto nella profondità delle ferite esistenziali che riesce a infliggere ai coniugi interessati. Essa si riflette inevitabilmente sulla famiglia ponendo in questione la figura e il ruolo dei genitori, soprattutto quello del padre, che nella maggioranza dei casi, in seguito alla separazione e al divorzio, s’incontra solo sporadicamente
con i propri figli. Proprio su questi ultimi, sembra ricadere il peso maggiore dell’attuale instabilità amorosa (a differenza di quanto accadeva in passato, quando il prezzo della stabilità familiare era
soprattutto a carico della donna, costretta a mantenere il legame matrimoniale anche in situazione di palese ingiustizia), in termini d’insicurezza affettiva conseguente alla separazione delle figure genitoriali. Più precisamente, il posto accordato ai figli, oggi apparentemente centrale, in realtà non sembra essere tale per alcune scelte fondamentali nella vita di coppia, quali la generazione e l’educazione. La generazione, infatti, sembra vista più nella direzione del beneficio acquisito dalla coppia che non in quella della vita “donata” al figlio. In merito all’educazione, se da un lato può registrarsi un’ansiosa preoccupazione per il figlio, dall’altro il tempo a disposizione per la cura e la formazione dei figli è decisamente ridotto. La scarsa presenza, fisica e affettiva, dei genitori nella crescita e nell’educazione dei figli attiva un’alterazione nella trasmissione dei valori a livello sociale. All’incremento dei beni materiali resi disponibili per i figli, sembra corrispondere un decremento dei beni morali e spirituali. Il vuoto educativo creato dai genitori viene spesso colmato dai potenti quanto ambigui messaggi proposti dai media, sempre più incisivi sulle nuove generazioni. Da questo punto di vista la famiglia viene sovrastata da valori di riferimento e modelli di comportamento che spesso le sono estranei e lontani. E nel tentativo di proteggersi da questa intrusione da parte del pubblico, la famiglia sceglie frequentemente di chiudersi a riccio nel privato.
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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