L'Apocalisse di Giovanni è uno di quei libri che non possono passare indifferenti nella Sacra Scrittura. Da un lato ti coinvolge inserendoti subito nell’esperienza in prima persona dell'autore. Quel «io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù» (Ap 1,9) che personalizza un libro antico sembra metterlo un passo avanti e ti rende subito suo familiare. Da un altro lato, il libro ti stravolge con immagini strane, profezie terrificanti, animali mitologici ed una infinità di simboli.
Il titolo stesso del libro suggerisce il suo genere letterario: l'apocalittico. Esso denota una copiosa produzione letteraria che va dal II secolo a.C. fino al terzo secolo d.C., sviluppandosi prima in un filone giudaico e poi cristiano. Ma l'autore identifica la sua opera, che ben si inserisce nel genere apocalittico, come «profezia» (cf. 1,3). Egli stesso si definisce come profeta. Si sente incaricato di una missione che lo colloca sulla linea dei profeti dell'Antico Testamento.
Il classico di Ugo Vanni dedicato all'Apocalisse,  pubblicato per la prima volta nel 1979, giunge alla sua quindicesima edizione presso la Queriniana e si ripropone sorprendentemente suggestivo e ancora attuale.
Il libro si suddivide in tre parti. La prima parte è una presentazione generale che introduce il lettore nel genere letterario apocalittico per farlo addentrare meglio nella comprensione del messaggio teologico dell'Apocalisse i cui temi principali sono la Chiesa, la teologia della storia, la purificazione e il riconoscimento dei segni dei tempi. In questa parte, l’autore si dedica anche a esplorare la figura dell’autore del testo.



La seconda parte del libro si concentra in maniera più specifica e dettagliata sulla struttura e sui contenuti dell’Apocalisse dedicandosi in primis all'analisi del Settenario delle lettere alle chiese. Di queste viene evidenziato il contesto liturgico nel quale vengono rivolte per rammentare e consolidare le comunità nell'esperienza del Cristo risorto.
Andando avanti nell’analisi si nota l'intento progressivo dell'autore dell’Apocalisse di introdurre i suoi lettori sempre più in una lettura teologica della storia guardando sia alle persecuzioni che colpiscono i seguaci di Cristo sia allo scontro finale tra il bene e il male che giunge al suo culmine con la condanna della prostituta e il trionfo dell'Agnello e della sposa.
La terza parte del libro di Vanni, che possiamo definire “applicativa”, guarda l'Apocalisse nella vita cristiana e offre degli esempi di attualizzazione. L’Apocalisse nella sua complessità si presenta come un invito rinnovato a riscoprire Cristo nella storia e nella liturgia. Il messaggio delle sette lettere alle chiese è esso stesso una parenesi volta alla conversione nelle varie fasi della vita e del cammino spirituale (a chi agli inizi, a chi vive un periodo di tiepidezza, a chi patisce le persecuzioni, ecc.).
Il messaggio dell'Apocalisse di Giovanni, a differenza di quello che potrebbe sembrare a prima vista, non è un messaggio catastrofico o deterministico, bensì un messaggio di speranza e una specie di vademecum per vivere la speranza nel quotidiano.


«Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l'Alfa e l'Omèga, il Primo e l'Ultimo, il Principio e la Fine» (Ap 22, 12-13). Commentando questi versetti, Vanni osserva che «Cristo non ignora la portata dell'impegno che chiede né la fatica che ci costerà. Lui che conosce cosa c'è negli uomini saprà valutare con oggettività radicale la loro condotta. Il bene che avranno fatto e quello che potendolo fare, avranno messo; il bene apparente applaudito, il bene reale spesso sconosciuto. Niente potrà sfuggire a Cristo; è il primo e l'ultimo, l'inizio e la fine, la a e la zeta: noi ci troviamo nel mezzo, ma Cristo continua: “Beati coloro che lavano le loro vesti per avere diritto all'albero della vita e, attraverso le porte, entrare nella città. Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!” (22,14-15). Il cristiano non si dovrà perdere d'animo. Contrapposto anche violentemente alle categorie del male, ha a sua disposizione tutte l’efficacia della morte e della risurrezione di Cristo. Immergendosi nelle energie che ne deriva, […] purificandosi e tonificandosi in continuazione, ha il coraggio di guardare all'aldilà che gli appare, giustamente, un “di più”: l'albero della vita sarà suo! E sua sarà anche la Gerusalemme celeste. È una prospettiva affascinante, che solleva e libera».
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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