Nell’Antico Testamento ebraico vengono usati due termini principali per parlare di terra: haaretz e adamah. Adamah, inteso come suolo con connotazione agricola, ricorre solo 231 volte. Mentre l’altro termine ricorre più di 2500 volte. Queste notazioni quantitative acquistano significato solo attraverso la loro influenza sulla trama personale e pubblica della discendenza di Abramo.
Nel libro «La terra che io ti indicherò». Teologia e storia della terra promessa, Alain Marchadour mostra come una lettura lineare delle Scritture, infatti, faccia emergere, «fin dall’inizio, una trama di crisi focalizzata sulla storia della terra in generale e di uno spazio ristretto di questa terra, quella che Dio ha promesso ad Abramo di fargli vedere» (9).
Già all’inizio di Genesi si parte dalla terra informe (tohu-bohu) a partire dalla quale il Signore genera il mondo ordinato. È un passaggio dal caos al kosmos che Dio vede come cosa buona.
Dopo la creazione dell’umano, dalla terra stessa (Adam – Adamah), l’uomo e la donna sono chiamati a vivere a immagine di Dio nella terra che viene loro affidata.


Abramo è chiamato a uscire dalla terra di suo padre verso una terra promessa al futuro. Mosè vede la terra da lontano ma non vi entra. Il Pentateuco si conclude prima del compimento della promessa della terra. L’autore si chiede: «Perché una conclusione così frustrante? Il racconto si chiude nel momento in cui la terra, promessa ai patriarchi, poi offerta a Mosè, è sul punto di essere abitata da Giosuè e dai figli d’Israele. Questa conclusione inattesa dice molto sul significato religioso della terra: essa non è un fine in sé. La terra ha senso soltanto se è una terra di alleanza e di amore» (11).
Il Deuteronomio si distingue dagli altri scritti del Pentateuco per il suo tono omiletico e per i richiami insistenti alla fedeltà. In questo contesto, entrare nella terra, quale realizzazione della promessa, potrebbe diventare a volte un pericolo, il pericolo dell’oblio. Il Signore avverte il suo popolo: «Ma bada a te e guardati dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli» (Dt 4,9).
Nella riflessione sulla terra, i profeti giocano un ruolo essenziale perché intervengono spesso in momenti di crisi. Sulla loro lingua il discorso di Dio diventa più personale. Il peccato del popolo si ripercuote sulla terra (cf. Ger 4,23.26). La terra è invasa dai nemici a causa del peccato del popolo. Il peccato del popolo porta una specie di «de-creazione» (61).
Anche per i rabbini l’esilio resta una punizione di Dio, ma essi sottolineano anche che Dio potrebbe permettere al popolo di ritornare nella terra promessa ai patriarchi. Nella tradizione ebraica, si sale (aliyah) a Gerusalemme e da essa si discende.
Per il Talmud babilonese, la Terra occupa un posto privilegiato nella vita del credente. Il Talmud spiega che i rabbini hanno insegnato che bisogna sempre vivere sulla terra di Israele virgola perché colui che vive nella terra di Israele può essere considerato come uno che ha un Dio. Colui che vive fuori della Terra d’Israele può essere considerato come uno che è senza Dio. Il Talmud cita il libro del Levitico che afferma: «per darvi la terra di Canaan, per essere il vostro Dio» (Lv 25,38).
Il tema della terra è presente in varie sfumature nel libro del salterio. La vediamo nei canti di gioia, di lode, nelle elevazioni e nelle lamentazioni, nelle grida di dolore e nelle imprecazioni. La terra è onnipresente, è una terra offerta al popolo eletto, terra sognata fin dai luoghi dell’esilio, terra utopica, sperata come spazio per incarnarvi il Regno futuro (83).
Con Gesù la predicazione cambia registro. Ogni terra può diventare terra promessa se l’uomo vive in comunione con Dio, il Dio che ha visitato la terra. Storicamente, Gesù ha vissuto nella terra ritrovata dagli esiliati. Erede del passato, Gesù lo assume in larga parte e, per un’altra via e in un altro senso, lo compie e lo supera (109).
«Gesù, Figlio di questa terra, introduce nel suo insegnamento uno spostamento significativo sulla sacralizzazione dello spazio, predicando l’avvento del Regno punto egli assume la storia sacra, in particolare nel legame tra la Terra e la lealtà. Con Gesù, la terra dell’alleanza, localizzata geograficamente, si apre sul regno di Dio, la cui estensione non conosce frontiera alcuna» (114).
Il possesso della terra per Gesù non avviene tramite la guerra, ma tramite la virtù: «Beati i miti perché erediteranno la terra».
Gesù rivoluziona anche la natura del culto, mostrando che il culto gradito al padre è quello in spirito e verità. È quello, cioè, che ogni credente abitato dallo Spirito Santo, rende a Dio Padre. È un culto interiore, non tanto perché si colloca nell’ intimità più profonda di ognuno, ma perché è opera dello Spirito Santo.

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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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