I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:
«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più».
1Gv 2,3-11   Sal 95   Lc 2,22-35
In qualsiasi modo che rigiri la questione dei bambini uccisi da Erode, ti ritrovi con un problema insoluto che ti fa pensare ai tuoi bimbi o ai bimbi di una persona cara. E ti dici: che senso ha? Il vangelo non spaccia risposte facili. Non festeggia subito questi primi martiri di Gesù, come li ha canonizzati la tradizione. Il vangelo ci mette dinanzi alla crudezza del dolore inconsolabile: «Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più». È ci mette dinanzi al Dio umano e ci fa domandare: quando saremo anche noi umani?
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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