«Noi siamo gli uomini della croce, non della spada. Siamo chiamati a dialogare, a cercare ciò che abbiamo in comune, a rispettarci a vicenda come figli dell’unico Padre che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e come fratelli di quel Cristo che ci ha salvati sulla croce». Così diceva don Andrea Santoro, martire italiano in Turchia intuendo la necessità di costruire ponti piuttosto che barriere, entrando nella folle logica del Cristo che dona la vita anche per i suoi uccisori.
Perché la Turchia?
Don Andrea è stato fino alla fine sacerdote diocesano della Chiesa di Roma che «presiede nella carità» (sant’Ignazio d’Antiochia), «la chiesa cattolica, che sente suoi gli estremi confini della terra», come ricorda Mons. Matteo Zuppi nella presentazione nel volume che raccoglie le sue Letteredalla Turchia.
Spinto dalla carità e dal senso universale dell’annuncio del Vangelo, don Andrea sentì la necessità di andare in Turchia, «per restituire il vangelo che dall’Oriente era arrivato a Roma». Nella prima lettera di maggio 2000, proprio in occasione della sua partenza come sacerdote fidei donum, don Andrea scrive:


«[…] Ho dato al mio vescovo la mia disponibilità  a partire per accendere una piccola fiammella proprio lì dove era divampato il fuoco del cristianesimo. Quel fuoco non si è mai spento, ma è passato attraverso sofferenze, persecuzioni, peccati, vicende oscure e complesse che lo hanno disperso e ridotto sotto la cenere. Quel fuoco è ancora in grado di illuminarci perché contiene la scintilla originaria che lo ha generato. Quel fuoco ha bisogno di un po’ di legna per tornare a brillare e divampare di nuovo. Andando lì io vorrei (se Dio lo vorrà) attingere e consegnare anche a voi un po’ di quella luce antica e darle nello stesso tempo un po’ di ossigeno perché brilli di più».
Scrive, poi, in un’altra lettera: «La Turchia è un po’ (insieme a Gerusalemme) la nostra chiesa madre e la nostra sorella maggiore». La Turchia è la terra fertile dove gli apostoli hanno annunciato il vangelo. La terra di alcuni grandi Concili, la terra dei Padri Cappadoci.
Rimanere
La sua morte in Turchia non è arrivata totalmente improvvisa e non annunciata. Nell’ultima lettera di questa raccolta racconta di aver subito un episodio di violenza da parte di giovani musulmani turchi e di aver sentito paura e di non aver potuto chiudere occhio per diversi giorni. Ma ciò nonostante, è rimasto lì a sognare il sogno di Dio, un sogno di fraternità e di comunione, un sogno di riconciliazione fraterna.
«Il primo sogno – scrive don Andrea – è che i Suoi sogni si realizzino, perché i nostri sogni valgono poco, sono i sogni di Dio che contano. Quindi io chiedo al Signore: “Realizza i tuoi sogni, realizza i tuoi desideri”. Però è lecito sognare, purché poi a Lui si rimettano le nostre volontà. Il mio sogno sarebbe questo: che si realizzino piccole luci, minuscole luci, quasi invisibili, sparse qui e lì, che rendano semplicemente presente il nome di Gesù, questa fede originaria di Abramo, e che siano piccoli fermenti di incontro e di riconciliazione, di dialogo, di mutua testimonianza fra ebrei, musulmani e cristiani. Che siano minuscole comunità che in fraternità, attorno alla Parola, alla preghiera e all’Eucaristia e in comunione fraterna risplendano in mezzo agli altri».



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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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