In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Sap 9,13-18   Sal 89   Fm 1,9-10.12-17   Lc 14,25-33


Perché nella sequela è necessario portare la croce? Perché l’essenza dell’amore è uscire da sé, fare spazio, diventare spazio per l’altro. Anche quando fa male, l’amore non ci fa male, l’amore fa bene a svuotarci da noi stessi perché solo così possiamo diventare realmente vivi. A ragione diceva santa Teresa di Calcutta: «L’amore, per essere vero, deve costar fatica, deve far male, deve svuotarci del nostro io». L'amore fa male perché ci partorisce... e quanto ci fa bene!



Photo credits:  Flickr - CC - BY NC SA Marquette University 
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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