Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno.
Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone.
Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza;
ma voi non credete, perché non siete mie pecore.
Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.
Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio.
Io e il Padre siamo una cosa sola».


«Vorrei credere, ma pare che Dio non mi abbia dato la fede. La fede è un dono, no?». Sento spesso quest’espressione in diverse salse e solitamente storco il naso, non per mancanza di sensibilità verso chi la afferma, ma per la sua insostenibilità teologica. Sì, la fede è un dono, ma la buona notizia è che Dio “l’ha pensata” per tutti. Scrive Paolo: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e che giungano alla conoscenza della salvezza». L’inghippo nell’espressione è nella concezione del dono. Dono non significa prêt-à-porter, ma un seme da accogliere, custodire e coltivare. La fede è un dono di Dio, ma l’atto di fede lo puoi fare solo tu.
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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