Commentando il vangelo della donna adultera (Gv 8), Agostino osserva che «gli uomini corrono due pericoli contrari: quello della speranza e quello della disperazione». Ci sono alcuni che si ingannano sperando. Pensando alla misericordia di Dio, la prendono come scusante per «lasciare le briglie sciolte alle loro cupidigie». Altri, invece, sono ingannati dalla loro disperazione, pensando che i loro mali sono più grandi della misericordia di Dio. La presunzione e la disperazione sono due mali ai cui il Signore rivolge rispettivamente l’invito della conversione e l’abbraccio del perdono. Umanamente è difficile trovare un equilibrio nel rapporto tra misericordia e giustizia. Si tende ad attenuare l’una con l’altra. Così Dio appare o poco misericordioso perché è giusto, o poco giusto perché è misericordioso. Anche nella prassi è difficile calibrare giustizia e misericordia, d’altronde, «la coincidenza della giustizia e della misericordia in Dio è un mistero il cui segreto è il segreto di Dio stesso» (B. Bro).
L’episodio dell’adultera è un suggestivo esempio di armonia tra misericordia e giustizia. La donna viene presentata a Gesù per essere lapidata perché ha peccato d’adulterio. In primo luogo, Gesù disarma i lapidatori con un giusto inciso: chi è senza peccato sia il lapidatore. Così rimane Gesù solo. Agostino commenta con finezza: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia». Proprio in questa inquadratura ravvicinata, Gesù mostra come la misericordia si distingue dalla giustizia senza estinguerla. Alla donna dichiara: «Neanch’io ti condanno», esprimendo la sua immensa misericordia. Ma l’assoluzione non è assolutamente una licenza per continuare a peccare: «Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). In queste parole, non vi è semplicemente l’incentivo a non peccare, v’è una grazia effusa dalla bocca del Verbo che ha creato l’universo e che ricrea il cuore infranto della peccatrice. È più di un comando, è una grazia donata alla donna appena graziata dalla condanna della Legge. La misericordia, allora, si manifesta come una giustizia superiore perché non si limita a non condannare, ma dona la grazia e l’orientamento che crea le condizioni per redimere dal peccato e prevenirlo.
Sulla posizione da prendere verso il peccato e verso il peccatore, Agostino ci offre una distinzione cruciale: «Quando giudichi, ama la persona, odia il vizio. Non amare il vizio per l’amore che devi all’uomo; non odiare l’uomo a motivo dei suoi vizi. L’uomo è tuo prossimo, il vizio è un nemico del tuo prossimo. Amerai veramente l’amico solo se e quando odierai ciò che all’amico nuoce». In un discorso successivo, invita l’uomo ad essere simile a un medico che ama il malato odiando la malattia e accanendosi contro di essa. «Non amate i vizi dei vostri amici, se amate gli amici stessi». È questo l’equilibrio della giustizia divina: Dio odia il male, l’ingiustizia e il peccato, ma ama l’uomo, lo ama follemente e desidera salvarlo. La misericordia è il volto più splendente della giustizia di Dio. Agostino prega il Signore ricco di misericordia così: «Le tue misericordie sono molte, o Signore. In realtà anche il poter ricercare le vie della tua giustizia rientra nell’ambito della tua multiforme misericordia. Secondo il tuo giudizio rimettimi in vita. So infatti che nemmeno il tuo giudizio m’incoglierà senza che l’accompagni la tua misericordia».

Tratto da Robert Cheaib, Rahamim. Nelle viscere di Dio. Tau Editrice. 

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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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