Per la domenica che spezza la quaresima con l'invito alla gioia pasquale perché ogni volta che un figlio prodigo ritorno è pasqua, è gioia in cielo, condividiamo con voi un estratto del libro Rahamim.  Nelle viscere di Dio per meditare insieme la follia del perdono di Dio. Buona domenica. 
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La conosciamo come «parabola del figliol prodigo». Qualcuno, più giustamente, la chiama «parabola del padre misericordioso», ma possiamo benissimo intitolarla «la parabola del padre prodigo» perché è la parabola del Dio dalle mani bucate. Il vero prodigo in questa parabola è il padre e non il figlio più giovane. È prodigo, sprecone, dalle maniche larghe perché non bada a spese e a contabilità, anzi non bada neanche a se stesso. Spende qualcosa che vale più dei soldi, spende ciò che i soldi non possono comperare: dignità, pazienza, attesa, dialogo, condiscendenza… spende se stesso. È lui la figura centrale, è lui il cuore pulsante e il rianimatore nella vicenda di due figli senza cuore.
Le parole di Gesù in questa parabola di Luca 15 sono un ritratto del Padre visto dal Figlio, sono – secondo le parole della biblista R. Manes – «un “bacio” di Dio all’umanità di tutti i tempi, memoria del palpito del cuore del Padre, uno squarcio sull’eternità che è il destino dell’uomo». La parabola si colloca alla fine del trittico delle parabole della misericordia e presenta una radiografia di due cuori: il cuore umano calcolatore che cerca l’acqua della gioia in cisterne screpolate (Ger 2,13) e il cuore di Dio sorgente d’amore e d’acqua viva che attende come una sentinella l’alba del ritorno del figlio. 
Entrambi i figli vivono l’amore come pretesa, il padre non pretende niente, ma tende la mano del dono, il dono totale di sé. Egli ama, solo ama. Osserva la Manes: «Solo chi ama spreca. E Dio con l’uomo… sciala!». Pur non pretendendo niente, una cosa sola rivendica a sé: «L’autorità della compassione. Essa deriva dal consentire che i peccati dei figli feriscano il suo cuore…Tanto profondo è il dolore perché tanto puro è il cuore. Dal profondo luogo interiore dove l’amore abbraccia tutto il dolore umano, il Padre raggiunge i suoi figli. Il tocco delle sue mani, diffondendo una luce interiore, cerca solo di guarire» (H. Nouwen).


Quando il figlio più giovane decide di tornare, Luca ci offre cinque verbi che esprimono l’atteggiamento del padre permettendoci una privilegiata esplorazione dei suoi sentimenti e del suo cuore: «vedere», «avere compassione», «correre incontro», «gettarsi al collo», «abbracciare». 
Quanto al vedere, la Manes afferma: «Ciò che del ritorno in scena del padre l’evangelista sottolinea anzitutto è la sua vista. Questo figlio è lontano, eppure il padre lo vede. E come è possibile? La sua attesa del ritorno del figlio dev’essere stata tale da tenerlo inchiodato tutto il tempo all’uscio di casa, con la speranza di vederlo comparire prima o poi all’orizzonte. Basta solo un’ombra o un pezzettino di sagoma e il padre lo riconosce. E sappiamo che si riconosce solo chi si ama!». 
La parabola del Padre prodigo manifesta per così dire la speranza di Dio; una speranza radicata nel suo desiderio di sollevare il misero. Vedendo il figlio, il padre è attraversato da una commozione di rahamim che lo muove a correre – contro ogni convenzione culturale – per gettarsi al collo del frutto delle sue viscere e abbracciarlo spegnendo la confessione di indegnità del giovane nella fiamma ardente d’amore che lo rende di nuovo degno rivestendolo con la veste della dignità filiale.  
In questo padre, l’evangelista Luca raffigura il volto paterno e materno di Dio. Con grande potenza evocativa, tipica dell’arte figurativa, il famoso quadro di Rembrandt manifesta nella raffigurazione delle mani il tocco contemporaneamente materno e paterno di questo padre. Con una mano stringe, con l’altra accarezza; con una mano sostiene, con l’altra consola; con una accoglie, con l’altra ricrea, crea nel figlio un cuore nuovo, una dignità ritrovata, una coscienza filiale.
Con fine eloquenza, la parabola del Padre prodigo manifesta l’amore e la misericordia del Signore che durano per sempre. I figli cambiano, ma il padre rimane fedele, fedele ai figli e al suo amore verso di loro. Un figlio, per un vero cuore paterno e materno, rimane sempre e comunque figlio. La fedeltà del padre, in ultima analisi, è la sua fedeltà a se stesso, alla propria paternità.

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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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