Edward Hoping, Morning sun



Parlando di demoni, spiriti cattivi, pensieri cattivi può sembrare inattuale. Già la parola "accidia", ormai caduta in disuso potrebbe darci l’illusione che essa sia un’esperienza del passato. In realtà, l’accidia è diventata un male così diffuso quasi che ci si è arresi di fronte alla possibilità di guarirne. Parleremo in questa seconda parte della lettura del libro di alcune manifestazioni dell’accidia.

1- La perdita di senso
Una delle prime manifestazioni dell’accidia è il nichilismo. Esso è a ben vedere «un vero odio dell’essere, uno smembramento della persona umana». È avere i mezzi per vivere, ma non la finalità. È una vera e propria «depressione spirituale». Dicevamo che accidia era anticamente la non curanza verso i propri morti, ebbene l’accidia contemporanea si manifesta verso quella non curanza per un senso della vita. Esiste o non esiste? – l’accidia contemporanea risponde senza parafrasare: «chi se ne frega!».
2- La disperazione
È il primo figlio logico e temibile del nichilismo: la disperazione. Il giovane Joseph Ratzinger profeticamente scriveva: «Ora che abbiamo pienamente assaporato le promesse della libertà illimitata, cominciamo a capire di nuovo l’espressione “tristezza di questo mondo”. I piaceri proibiti hanno perso la loro attrattiva appena han cessato di essere proibiti. Anche se vengono spinti all’estremo e vengono rinnovati all’infinito, risultano insipidi perché sono cose finite, e noi, invece, abbiamo sete di infinito».
È come se l’atteso non ancora sperimentato dava l’impressione utopica di compimento, ma non appena è stato sperimentato nella sua piccola, ha prosciugato l’orizzonte di speranza dell’anima con una disperazione indelebile.
San Tommaso, già secoli fa, aveva segnalato che la radice della disperazione è da trovarsi nell’accidia che è una mancanza d’amore, la mancanza del grande Amore. Quest’accidia, spezzando lo slancio della speranza e rifiutando l’Orizzonte infinito, porta al rifiuto anche dell’orizzonte finito. Essa è un «flirt con la morte».
3- Il continuo bisogno di cambiare
Se l’accidia per i monaci si manifestava nell’insofferenza verso la cella, nel caso dell’uomo moderno essa si manifesta nella «frenesia del nuovo» e in una specie di ribrezzo di ciò che dura troppo, di ciò che rimane al suo posto. Una coppia stabile è una stonatura. Una persona con sane abitudini regolari è vista come noiosa e rigida. L’ancora dell’accidia è il passaggio e il passeggero.
Secondo Nault, un segno dell’accidia è la moda dello zapping, lo si vive davanti alla tv, ma lo si vive nella voglia di fare troppe cose allo stesso tempo. La sindrome tipica è avere il computer con almeno 10 finestre aperte che si alternano per distrarci da quello che facciamo e, in ultima analisi, dalla nostra stessa vita.
4- Fuga da Dio e il rifiuto della propria grandezza
La fuga di sé manifestata nel tuffarsi in mille impegni che distraggono si accompagna a una fuga da Dio. Scrive Ratzinger al riguardo: «La natura dell’accidia è la fuga da Dio, il desiderio di … non essere disturbati dalla vicinanza di Dio».
Una figlia sorprendente dell’accidia di cui parla san Tommaso d’Aquino è la pusillanimità. Essa è il vizio opposto alla magnanimità, la nobiltà e grandezza d’animo. In che cosa consiste? Consiste nell’incapacità di vedere la propria vita in grande, di sognare progetti da realizzare e in fin dei conti diventare «partecipi della natura divina».
Ratzinger commenta scrivendo: «L’uomo non ha il coraggio di raggiungere la propria grandezza; vuole essere “più realista”. L’indolenza metafisica (accidia) sarebbe dunque identica alla falsa umiltà, che è diventata frequente ai nostri giorni: l’uomo non vuol credere che Dio si occupi, che lo conosce, lo ama, lo protegge e gli è a fianco».
Se il peccato in Genesi 3 è la presunzione, il volere essere come Dio, oggi siamo agli antipodi (certo, rimane comunque il peccato di orgoglio). Oggi assistiamo però alla tentazione del suicidio metafisico: «sarebbe meglio non esistere». Si tratta della pusillanimità dove l’uomo diventa nemico di se stesso, della propria vita. Preferisce vivacchiare in pace che appassionarsi della propria vita.


I rimedi?
Come accennato nella prima parte, la tradizione spirituale si è sempre prodigata per porre rimedio a questo male oscuro, a quello che possiamo chiamare «cancro dello spirito». Mi limito ad accennare a tre rimedi fondamentali:
Il primo è quello che della gioiosa perseveranza. I padri del deserto, da realisti obbligati, sapevano che la soluzione non consiste nell’abbandonare la lotta, ma nell’alzare gli occhi al Cielo verso Colui che combatte con noi.
Il secondo rimedio è la stabilità del nostro ambiente proprio. Vige qua il principio ignaziano: in tempo di crisi e di desolazione nessuna scelta importante. Le scelte si fanno nella calma e nella serenità. In tempo di lotta c’è un polverone che acceca la vista e che altera i valori. Scrive Nault: «Conservare la stabilità è il mezzo per evitare di cadere nell’utopia, cioè letteralmente di ritrovarci “senza luogo”».
Il terzo rimedio è quello di conservare la memoria. Quando il presente è muto, è importante far parlare la memoria, il passato, le esperienze di grazia che ci hanno cambiato e ci hanno portato fin qui. Il far memoria ci riporta alla dimensione eucaristica della fede e dell’esistenza. Scrive Marguerite Léna: «Gesù Cristo ha scelto il gesto più ripetitivo e più banale che ci sia: il mangiare e il bere, ha scelto le mediazioni più necessarie e più modeste della vita: il pane, il vino, per nascondervi dentro l’atto più inedito, più carico di senso e di finalità, il solo capace di aprire la storia all’al di là della morte: l’amore “fino alla fine”, il dono di sé fino alla Croce. In questo modo ha consegnato alla normalità dei giorni, nella ripetizione sacramentale, l’avvenimento unico della sua Pasqua, l’Ora fra tutte le ore. La frazione del pane è diventato il memoriale eucaristico per tutta la durata della storia».
La memoria, il memoriale ci ricorda che siamo amati eternamente, che la nostra vita vale agli occhi di Qualcuno, che noi contiamo non per uno sforzo riuscito, ma per un amore gratuito che ci precede. Se questo sapere diventa una coscienza radicata, l’accidia è già cacciata via.


Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non respingermi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.
Rendimi la gioia di essere salvato,

sostieni in me un animo generoso. (Sal 50)
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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