In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno».
2Cor 5,14-21  Sal 102   Mt 5,33-37

Il giuramento è un fenomeno curioso. Giuriamo per cose sulle quali in realtà non abbiamo potere. Sottilmente, il giuramento di questo tipo nasconde una credenza superstiziosa. Gesù va oltre la superstizione, ma va oltre anche la svalutazione della parola. L’uomo – zoon logikon – è al contempo «animale razionale» e «animale della parola». Detto altrimenti, la peculiarità originaria dell’uomo è la parola e, conseguentemente, l’essere di parola. Tener fede alla propria parola è somigliare a Dio la cui Parola non è un flatus vocis, ma il Figlio amato prima del tempo ed in eterno. Cristo ci chiama a sostanziare la nostra parola… non è esagerato dire che, anche qui, ci invita a somigliare alla Trinità.
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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