In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Sir 17,20-28   Sal 31   Mc 10,17-27

Lo pseudo-Macario paragona la grazia dello Spirito Santo nel cuore umano alla fiamma di una lampada a olio. Essa vibra di continuo emanando un’intensità di luce, ma è anche in continuo pericolo di spegnersi. L’uomo ricco del vangelo manifesta questa duplicità. In lui c’è grande desiderio di perfezione, di vita piena e di vera libertà, ma c’è anche in agguato la paura, il vivacchiare dell’abitudine e l’attaccamento alla “sicurezza” delle catene. Ma oltre a questi sentimenti doppi e contraddittori, c’è un elemento da non trascurare: le reazioni silenti del nostro cuore alle nostre scelte. Quando non scegliamo il Sommo Bene, non ci dobbiamo illudere di fare il nostro comodo, il «cuore triste» ci dirà sempre che la nostra scelta è stata in realtà una non-scelta. Questa tristezza è un richiamo dall’Alto. A ragione diceva un uomo saggio del XIX secolo: «Testimonium Dei in nobis habemus» (Abbiamo in noi stessi un’attestazione per Dio). Restiamo in ascolto!
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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