Vi è un atteggiamento di Gesù che suscita perplessità e confusione: Gesù opera dei segni che suscitano fede, mentre quando i farisei gli chiedono un segno per credere glielo rifiuta. Perché? Sarà forse sbagliato chiedere "segni" a Dio?
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È vero, a prima vista potrebbero sembrare due atteggiamenti contradittori. Per questo è bene evidenziare alcune distinzioni per capire meglio. Cominciamo con un piccolo excursus biblico. Per brevità, limitiamoci al vangelo di Giovanni per poi chiudere con alcune considerazioni.

I segni in Giovanni


È importante sapere che il Vangelo di Giovanni viene generalmente suddiviso in due grandi parti: «libro dei segni» (capp. 1-12) e «libro della gloria» (capp 13-21)
Il primo segno è quello di Cana e la sua finalità era aiutare i discepoli a credere in Gesù. L’evangelista ci dice infatti: «Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2,11). I capitoli successivi riportano sette segni che vorrebbero riassumere l’opera di Gesù, egli che è per eccellenza il Segno e il Sacramento di Dio, del Padre: «Chi vede me vede il Padre» (Gv 14,9).
Nello stesso vangelo troviamo un’esplicita dichiarazione di intenti che afferma che i segni sono narrati affinché noi crediamo: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31).
I segni però risultano inefficaci per chi non è nella giusta disposizione per credere. «Sebbene avesse compiuto segni così grandi davanti a loro, non credevano in lui perché si compisse la parola detta dal profeta Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra parola? E la forza del Signore, a chi è stata rivelata?» (Gv 12,37-38).
Anzi, i segni, invece di convertire i capi religiosi, diventano una causa che acuisce l’inimicizia dei farisei verso Gesù e rende più deciso il loro intento di farlo fuori: «Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest'uomo compie molti segni» (Gv 11, 47).
D’altro canto, Gesù mostra la sua insofferenza verso la fede basata solo sui segni: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (Gv 4,48). Il Signore è anche contrariato quando i segni vengono fraintesi, ovvero quando non vengono colti nella loro specifica di rimando, ma come fine a se stessi. D’altronde, chi non vorrebbe un fantoccio factotum che sforna pane, cuoce pesci, ha un effetto antipiretico, ecc.? Ma Gesù non ci sta. Così a quelli che lo seguirono dopo il segno della moltiplicazione dei pani rimprovera l’utilitarismo della loro “sequela”: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26).
Infine, bisogna notare una costante ricorrente nei vangeli: Gesù non opera i segni a richiesta. Anzi, chi con fare sfidante, arrogante o pretenzioso gli chiede un segno, riceve sempre da Gesù un no chiaro e deciso (cf. Gv 1,18; Mc 8,11).

Il senso dei segni


I segni sono miracoli operati da Gesù, ma Giovanni preferisce chiamarli segni (semeîa) proprio perché non sono fine a se stessi, ma vogliono rimandare ad altro. È questa infatti la definizione di «segno» che sant’Agostino offre in De Doctrina christiana: «Il segno è una cosa che fa venire in mente un’altra cosa». I segni sono allora gesti che devono riportare l’uomo a porsi delle domande, a interrogarsi e ad aprire il cuore. Così avviene, ad esempio, con Nicodemo il quale viene da Gesù di notte perché i segni operati di Gesù l’hanno fatto porre degli interrogativi: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui» (Gv 3,2). Una cosa analoga accade a quei giudei che si interrogavano tra di loro: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?» (Gv 9,16).
Gesù non opera segni quando chi chiede il segno vuole lo spettacolo (così ad esempio Erode in Lc 23,8). Quando il segno è inteso come una sfida (cf. Mc 15,31-32: «Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!”».). Fare miracoli e segni in quel contesto significherebbe trasformare la potenza di Dio – che è potenza di misericordia e di conversione – in esibizionismo e superficiale stupore, oppure in svuotamento del gesto stesso del dono di Dio. Anche il diavolo ha tentato Gesù di fare il miracolo della trasformazione delle pietre in pane e del fare uno spettacolare volo senza schiantarsi… Ma Gesù ha sempre rifiutato la logica dei fans e dei seguaci “drogati” di meraviglie. Gesù ha sempre voluto credenti convinti che chiama «amici».
I segni, come già detto, devono riportare ad altro. Possiamo dire che fondamentalmente devono rimandare a due fatti fondamentali:
- alla misericordia di Dio manifesta in Gesù: per questo Gesù opera guarigioni, esorcismi ecc.;  
- al Segno stesso di Dio, Gesù Cristo.
Ogni segno che non svolge questo effetto è «diabolico» nel senso sia etimologico sia teologico del termine. Etimologicamente, diabolico è ciò che si mette di traverso, che non permette di vedere oltre. Teologicamente, un segno diabolico è proprio quel fatto che distrae da Dio invece di portare a lui.
La fede in Dio non può essere condizionata dall’esaudimento, non è un venire a patti con Dio. Per definizione la fede è fiducia, è un atto di affidamento della propria vita all’Altro, al Suo Amore incondizionato. Le condizioni viziano essenzialmente questa fede e la vanificano.
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Per chiudere la riflessione vorrei mettere in chiaro un’altra distinzione: Chiedere a Dio “miracoli” non è necessariamente sinonimo di tentare Dio. Chi chiede con amore, nella fede (e non come condizione per credere o meno) e con umiltà… lungi dal “tentare Dio” esprime e manifesta la sua fiducia nella bontà del Signore e la sua fede nella sua potenza. È parte della preghiera di domanda, è parte della nostra condizione creaturale. Ma questa si distingue nettamente dall’atteggiamento farisaico di sfida: chi chiede con fede non sfida Dio, semplicemente si fida di Lui.

Così anche chiedere segni a Dio per orientarsi secondo la Sua volontà, non è un affronto a Dio, ma è un confronto innamorato con il Suo volere… è incamminarsi sulla via della santità… 
Faremmo meglio, comunque, non tanto a chiedergli segni, ma a chiedergli occhi e orecchie per vedere i suoi segni, certi che i suoi doni ci precedono ed eccedono le nostre aspettative. E che Egli è il Presente, presente anche nella sua apparente assenza.
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Robert Cheaib

Docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Autore di diverse opere (Vedi link)

Conferenziere su varie tematiche tra cui l'ateismo, la mistica, il sufismo, la teologia fondamentale, le dinamiche relazionali e la vita di coppia...

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