La dottrina del superfluo in san Tommaso d’Aquino
Robert Cheaib
Parlare di uno stretto nesso tra economia ed etica non è soltanto un «discorso da preti» fondato su una deontologia idealista e surreale ispirata a un vangelo che non può essere incarnato.
Le statistiche dello spreco, del tenore di produzione, della prassi sistematica di smercero per mantenere i prezzi alti, ma anche le scelte della micro-economia di alcuni negozi sotto le nostre case, dove all’ora di chiusura si buttano senza scrupolo tonnellate di pane e di prodotti freschi… tutto questo testimonia a favore del legame innegabile tra economica ed etica.
È evidente, infatti, che la la causa della crisi economica in cui versiamo non deriva dalla mancanza di beni, ma da una loro cattiva distribuzione e di una comprensione inidonea del diritto alla proprietà privata. I paragrafi che seguono non sono un manifesto di cato-comunismo e neppure una riflessione della teologia della liberazione, ma sono un invito alla considerazione di La dottrina del superfluo in san Tommaso, uno studio effettuato da Adolf Vykopal che mette in risalto l’attualità della dottrina dell’Aquinate in materia economica.
Se la soluzione pratica di Tommaso non è adeguata alle esigenze del nostro tempo, i suoi principi rimangono tuttora validi. Il breve studio di Vykopal mostra come «nella soluzione del problema del valore della persona umana, sta la soluzione di tutti i problemi sociali».
La riflessione parte dalla considerazione dei bisogni umani ove riscontriamo i bisogni in ordine alla conservazione della vita e i bisogno in ordine alla conservazione del tenore della vita corrispondente alla propria posizione sociale. In questo pensare ai bisogni subentra il giusto pensiero per il futuro, ma Tommaso avverte che bisogna pensare sì al domani, ma non con una disordinata preoccupazione e con ragionevole fiducia nella divina Provvidenza.
Per quanto riguarda il superfluo, Tommaso sostiene che «colui che ha più del necessario deve cedere il di più per il bene comune». Questo superfluo si determina così: «è la ricchezza che rimane al proprietario, dopo che ha soddisfatto agli obblighi, che comportano il perfezionamento della sua persona e del suo prolungamento nella famiglia, e la sua appartenenza alla Chiesa e allo Stato».
Nondimeno, Tommaso non nega il diritto alla proprietà privata quale dimensione del diritto naturale e quale esigenza ispirata da 3 argomenti aristotelici (il primo è economico, il secondo di tipo organizzativo e il terzo di carattere politico) a cui si aggiunge un argomento specifico di san Tommaso: l’argomento etico e che può essere riassunto così: «Con la proprietà privata l’uomo ha modo di esplicare la sua virtus largitatis, virtà che non potrebbe acquistare né esercitare, se non possedesse come proprio ciò che largisce».
La riflessione ricca e fecoda di san Tommaso mostra che egli può essere giustamente chiamato defensor moderatae possessionis intento, non a creare un nuovo ordine economico, ma a educare l’uomo a vincere, sostenuto dai principi naturali e cristiani, il suo egoismo individualistico, per contribuire alla creazione di una società più vivibile per tutti, e quindi, anche per se stesso.
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