Un invito alla lettura di «Il libro dei santi»
Robert Cheaib
«I santi entrano nella vita di Dio», così Elio Guerriero introduce il volume Il libro dei santi. Come hanno vissuto, cosa hanno detto, come li ricordiamo, per i tipi della San Paolo. Se la finalità della nostra vita è quella dell’unione mistica con il Dio unitrino, e se la Parola di Dio è il veicolo della divinizzazione, allora i santi – come disse Pio XI di Thérèse di Lisieux - «si fanno parola di Dio»! I santi sono l’eco efficace e la testimonianza carnale della viva vox Evangelii.
L’uomo è un essere mimetico. Non tutti e non in tutto siamo battistrada. Abbiamo bisogno di modelli da imitare, da seguire. Spesso siamo contagiati da modelli sociali poco edificanti. Non c’è da meravigliarsi se tendiamo ad essere tutti «veline» (U. Eco) se sono questi i modelli che spopolano sui pulpiti delle tv. Da qui il valore di un libro che in modo sintetico presenta per ogni giorno una pagina su uno dei tanti santi del giorno.
Grazie ai santi entriamo in una specie di «successione apostolica della santità» e tocchiamo dal vivo il mistero della pro-vocazione d’amore di Dio e la risposta delle creature. «I santi – prosegue Guerriero –entrano nella vita degli uomini». I santi ci sono vicini, hanno vissuto la vasta gamma di situazioni e stati di vita e costituiscono per noi un richiamo a una fedeltà più reale, più incarnata al Vangelo. Avendo vissuto vite simili alle nostre, non sono solo ottimi esempi, ma con quel che hanno patito e vissuto sanno come intercedere per noi.
Credo che la presentazione migliore di questo libro è trascriverne una pagina. La scelta cade su quella che ricorda il santo del 9 febbraio. San Marone (Mar­­un) al quale si rifà l’antica Chiesa maronita.
«Ora ricorderò Marone, perché pure lui ha abbellito il coro dei santi. Mentre i medici prescrivono per ogni malattia un farmaco diverso, la sua medicina era sempre la stessa, comune a tutti i santi: la preghiera. Non curava solo le malattie del corpo, ma anche quelle dell’anima: guariva uno dall’avarizia, un altro dall’ira, istruiva questo nella temperanza, quello nella giustizia» (Teodoreto di Ciro).
Sappiamo poco della vita di Marone, un monaco eremita vissuto in Siria tra il IV e il V secolo. Pur possedendo una capanna coperta di pelli di capra, ne faceva poco uso, vivendo per lo più a cielo aperto. Trascorreva la maggior parte del suo tempo assorto in preghiera. La sua solitudine, tuttavia, non durò a lungo. Presto accorsero a lui discepoli e semplici fedeli per ricevere consigli.
Tutti egli esortava alla preghiera, invitandoli a trascorrere con lui l’intera notte nella lode di Dio. I suoi consigli erano spesso accompagnati da guarigioni fisiche e psichiche. Non meno apprezzata era la sua guida spirituale al punto che Teodoreto afferma che tutti i monaci di Ciro furono da lui istruiti. Morì verso il 410 e il suo corpo venne sepolto nel celebre monastero di Beth-Maron, nella regione di Apamea.
Un secolo più tardi, a causa delle invasioni arabe della Siria, molti cristiani si stabilirono in quella zona montuosa. Fu l’origine di quella Chiesa che dal nome del santo prese il nome di maronita. Nel Medio Evo, un buon numero di maroniti aderì all’unione con la Chiesa cattolica. Per questo nel XVI secolo venne aperto a Roma un importante collegio per lo studio della lingua e della tradizione maronita. Ancora oggi san Marone è venerato nelle regioni montuose della Siria e del Libano.
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Il libro è disponibile sul seguente link: