Che cosa possiamo dire di Dio oggi?
Come si può pensare di dare insegnamenti su Dio o voler indottrinare gli uomini su Dio? Come può qualcuno ritenere di sapere come stanno le cose in tal modo da insegnare ad altri come ci si rapporta a Dio e alle cose divine e dunque come ci si deve comportare correttamente di fronte a Dio? Con queste domande iniziali, il teologo tedesco Jürgen Werbick ci fa presagire il tenore sostenuto nel suo libro «Un Dio coinvolgente. Dottrina teologica su Dio», edito dalla Queriniana.
In questa nuova opera, il professore di Münster, già autore di un apprezzato saggio di teologia fondamentale - «Essere responsabili della fede» - si mostra, non solo responsabile, ma anche acuto e sensibile verso la delicatezza della domanda su Dio e, al contempo, attento ed empatico verso l’uomo che ascolta e si lascia interrogare da Dio.
Se la teologia quale discorso su Dio vuole essere interessante per l’uomo, non può che a sua volta interessarsi del destino umano, delle sue domande e delle sue esperienze; non può che mostrare come l’esperienza della realtà di Dio sia così co-essenziale e congeniale al vissuto dell’uomo in tutte le sue sfaccettature. Per questo motivo, nell’introdurre il suo saggio, Werbick contesta l’autoreferenzialità della teologia che, non di rado, merita l’ironia retorica di Nietzsche: «Ma chi si preoccupa ancora oggi dei teologi, eccetto che i teologi?». Dinanzi al rischio dell’insignificanza, l’autore richiama la teologia al suo «compito autentico, ai problemi dell’uomo, ai bisogni religiosi che sempre lo incalzano, alle questioni di valore in cui dalla scienza e dalla politica è lasciato solo».
Il primo degli otto capitolo che costituiscono l’opera si sofferma, con un afflato sapienziale, sul nome di Dio. Werbick prende sul serio la problematica di dare un nome a Dio, con tutto quello che comporta il nominare, soprattutto presso la sensibilità biblica. L’autore richiama allo stupore che deve accompagnare ogni sfaccendare con Dio. Di Dio – come già notava il filosofo francese Maurice Blondel – non si può parlare in terza persona. A tal riguardo, il teologo tedesco afferma: «Parlare di Dio come di una terza persona, come se noi potessi farne un tema uguale agli altri, da affrontare per essere sufficientemente informati e per essere in grado di decidere, questo è qualcosa che evidentemente è ancora meno conveniente a Dio di quanto non lo sia all’uomo». Di Dio, bisogna piuttosto parlare come di Colui che ci riguarda in modo incondizionato, come di Colui che ci afferra. È significativo che la parola pronunciata dagli ebrei quando leggono il Tetragramma (JHWH) è Adonai che letteralmente significa mio Signore: una confessione di appartenenza. Il teologo richiama pertanto a una concomitanza tra dossologia e concetto nel parlare di Dio e nel fare teologia, e appella all’urgenza di sostenere «il linguaggio della sorpresa».
Il secondo capitolo si sofferma sull’affermazione di Dio al cospetto della ragione. Esso cerca un punto di congiunzione tra il linguaggio del credente che è afferrato e quello di chi conosce, di chi cerca intelligibilità e motivi per credere. In questo quadro, Werbick ripercorre le cosiddette «prove dell’esistenza di Dio» e la prova ontologica di sant’Anselmo di Canterbury alla luce dei guadagni scientifici e filosofici degli ultimi secoli. L’intenzionalità del secondo capitolo è guidata dalla convinzione che la fede è ragionevole e, come tale, opera un’adaequatio tra il reale e la ragione basandosi sull’affidabilità di Dio quale «fondamento infondato» e «Dono sorprendente» che risveglia nell’uomo il senso del «più che concettuale» e «più che razionale».
Questi due capitoli offrono la griglia sapienziale e razionale per il discorso successivo sui diversi attributi di Dio che il teologo considera con tutta la problematicità che comportano. La sua considerazione si invera come una dottrina di Dio che dialoga contemporaneamente con la teologia sistematica, la teologia fondamentale, la filosofia (metafisica e filosofia della religione) e i dati delle scienze. Il viaggio tra gli attributi di Dio sviluppato ampiamente nei successivi cinque capitoli è riassunto dallo stesso Werbick così: Dio «è il dono incomprensibile ricco e in tal modo l’Uno del quale e accanto al quale non esiste niente di più grane e a cui nulla può essere comparato (capitolo 3); ciò che abbraccia tutto e al tempo stesso è presenza concreta nella donazione di sé (capitolo 4), l’Onnipotente che, per amore degli uomini e della loro perfezione nella libertà, li chiama alla corresponsabilità affinché gli idoli e le poteze in questo mondo perdano il loro potere (capitolo 5); il Dio della libertà, che ha potenza e che perciò è oggetto di preghiera affinché manifesti la sua bontà e retta volontà, come in cielo così, finalmente, anche in terra (capitolo 6). Egli è il Dio unitrino che si lascia riconoscere e si comunica perché si ‘espone’ come ciò che è immemorialmente privo di origine e come il futuro insuperabile nella storia degli uomini, affinché quelli che credono in lui trovino accesso nelle sue tracce, mediante lo Spirito Santo, al futuro di Dio (capitolo 7)».
Il libro si estende per ben 718 pagine di lotta, dialogo con il Dio che si fa vicino all’uomo, lo visita nella sua individualità, lo stravolge e lo coinvolge nella propria vita di amore trinitario. L’estensione del libro non contraddice ma invera la necessità di concentrare il discorso su Dio. Attraversare le diverse sfumature dell’esperienza di riflessione e di vita è condizione necessaria di una significativa concentrazione. Osserva l’autore nel capitolo conclusivo: «Chi volesse avere anticipatamente a disposizione il ‘concentrato’, non farebbe le esperienze che richiedono concentrazione e non avrebbe alcun presagio di ciò che va ‘raccolto’ in una densa concentrazione». La semplice verità del «Dio agáp­e» è scoperta realmente quando l’uomo si lascia coinvolgere in uno «stile di vita agapico» e in un cammino che incarna e si lascia trasformare da questa verità semplice. Così il percorso di questo libro non si lascia riassumere in una breve recensione, ma richiama a una reiterazione viva, vitale e vivificante della fatica del concetto e della serietà dell’esperienza che le sue pagine raccolgono, affinché il concetto maturi in una concezione e l’idea si trasformi in un incontro con il «Dio coinvolgente».
Robert Cheaib

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